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Perché il Pakistan è il mediatore perfetto? Le analogie con l’Egitto per Gaza

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08.04.2026

Una manifestazione per la pace in Pakistan

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Roma, 8 aprile 2026 – Fra i tanti insegnamenti di questa crisi internazionale senza precedenti c’è il fatto che ci sono mediatori credibili e mediatori che, pur con tutta la buona volontà, non possono arrivare a quel livello. E la prima caratteristica che deve avere un mediatore credibile è di essere un interlocutore stabile per tutti. La seconda, paradossalmente, è vivere quella crisi sulla propria pelle.

Nel Mediterraneo questo ruolo viene ricoperto, ormai da decenni, dall’Egitto. Tanto che proprio Il Cairo si è assunto il non facile compito di mediare durante la crisi umanitaria a Gaza. Lo ha potuto fare in grazia del suo rapporto, ottimo con Israele e Stati Uniti e per il fatto che, controllando il passaggio di Rafah, ha tutto l’interesse a che la crisi rientrasse in fretta e nel migliore dei modi.

Il Pakistan si muove oggi nello stesso schema, ma applicato alla crisi iraniana. Islamabad è uno dei pochi attori che mantiene relazioni con Washington, ha un rapporto necessario con Teheran, è legato all’Arabia Saudita e allo stesso tempo è profondamente integrato nella proiezione cinese. In più, ha letteralmente il conflitto alle porte di casa.

Questa posizione lo espone, ma gli dà la possibilità di diventare l’unica interfaccia davvero credibile in questa circostanza, facendo anche i propri interessi nazionali. A differenza di altri paesi sunniti, il Pakistan non può trattare l’Iran come un avversario esterno, ma con un Paese con il quale bisogna convivere e nel miglior modo possibile. Il confine comune, lungo e instabile, obbliga a una gestione continua della sicurezza.

Il Baluchistan, provincia che da sola rappresenta il 48% della superficie nazionale pakistana, è uno spazio poroso, attraversato da traffici e gruppi armati, e qualsiasi escalation con Teheran si tradurrebbe immediatamente in instabilità interna e scontenterebbe la Cina, che proprio in questa zona ha portato avanti investimenti cospicui.

Ma perché Teheran ha accettato la mediazione di Islamabad? La risposta è semplice. Il Pakistan non è percepito come una minaccia sistemica. Non è una potenza egemone, pur avendo l’arma nucleare, e non ha la capacità di imporre un ordine e proprio per questo può essere utilizzato come canale. Gli Stati Uniti possono parlarci senza legittimare direttamente Teheran, l’Iran può usarlo senza esporsi, la Cina lo considera un nodo della propria architettura regionale. È una mediazione che funziona perché è indiretta, quasi per procura.

In questo quadro pesa anche la natura dello Stato pakistano. La politica estera non è solo nelle mani del governo civile, ma soprattutto dell’apparato militare, che negli ultimi anni ha riallineato i canali con Washington mantenendo al tempo stesso una gestione pragmatica del rapporto con Teheran. Questo consente una flessibilità operativa che altri attori non hanno.

E qui torna il parallelo, forte, con l’Egitto. Entrambi non sono potenze globali, ma potenze di medio calibro, non pericolose, ma molto utili all’occorrenza. Stanno su vere e proprie ‘faglie geopolitiche’ per questo nessuno come loro conosce il territorio e le complessità che lo contraddistinguono. E proprio questa posizione li rende indispensabili. Non mediano per vocazione, ma perché sono esposti. Non cercano equilibrio astratto, ma stabilità concreta nel proprio spazio vitale. La vera chiave, quindi, non è chiedersi perché il Pakistan abbia mediato, ma perché altri non potessero farlo con la stessa efficacia. Le grandi potenze sono troppo coinvolte o troppo distanti. Gli attori regionali più forti sono troppo schierati. Restano quelli che stanno in mezzo: abbastanza connessi da parlare con tutti, abbastanza coinvolti da dover cercare, e alla svelta, in questo caso, un compromesso. In un sistema internazionale sempre più frammentato, sono questi attori intermedi che possono diventare decisivi.

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