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“Iran-Usa, pesa l’imprevedibilità di Trump ma aspettiamo a dichiarare il fallimento. Pericoloso il blocco navale a Hormuz”

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13.04.2026

Attivisti del Consiglio per i Diritti Umani del Pakistan scandiscono slogan durante una manifestazione per la pace dopo i colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran, a Karachi, Pakistan

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Roma – Tra diplomazia e pressione militare, le relazioni tra Stati Uniti e Iran oscillano senza trovare un punto di equilibrio. Per il professor Francesco Strazzari, docente di Relazioni internazionali alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, le mosse di Washington – dal cambio continuo di linea all’ipotesi di blocco navale – hanno reso il quadro molto più fragile, aumentando i rischi militari, economici e politici legati allo Stretto di Hormuz.

Professore, i negoziati sono davvero falliti oppure c’è ancora margine per riprendere il dialogo?

"Parlare di fallimento definitivo è prematuro, ma il quadro è fortemente compromesso. Nessuno si aspettava una soluzione immediata di una matassa così complessa: l’incontro era soprattutto simbolico, il primo riconoscimento diretto ad alto livello dal 1979. Il problema è che, prima ancora di attendere i segnali da Teheran menzionati dal suo vice Vance, Trump ha annunciato un blocco navale americano per contrastare quello iraniano. Questo ha fatto precipitare la situazione, spostando ancora una volta il negoziato dalla diplomazia alla coercizione e rendendo molto più difficile riaprire un canale credibile”.

Quanto pesa l’imprevedibilità di Trump in questa fase?

"Pesa moltissimo, perché mina la credibilità negoziale sugli impegni presi. Negli ultimi giorni Trump ha cambiato posizione più volte: apertura a una joint venture, poi minacce, poi di nuovo disponibilità. Questo continuo oscillare crea doppi binari e brucia la fiducia della controparte. Gli iraniani sanno di avere davanti un interlocutore che può ribaltare tutto con una dichiarazione, un post o un decreto. Il vertice iraniano pensa di avere il tempo dalla propria parte e non intende capitolare mostrandosi debole, davanti a eventuali impegni che non ritiene verranno mantenuti”.

È davvero fattibile il blocco dello Stretto di Hormuz? E quali sarebbero le conseguenze?

“Possiamo analizzare la situazione su tre livelli. Il primo è quello militare. Lo sminamento dello stretto è estremamente complesso. Le navi necessarie sono poche e non tutte disponibili: servirebbe una coalizione internazionale. Ma una coalizione porta con sé problemi di azione collettiva in circostanze avverse: regole d’ingaggio, coordinamento, rischi di incidenti, responsabilità legali. Inoltre, parte delle mine iraniane potrebbe essere alla deriva (il regime parla di “limitazioni tecniche”), aumentando l’incertezza. Il secondo livello è economico. Le assicurazioni non coprono il transito in un’area instabile. Questo significa che centinaia di petroliere restano ferme. Il risultato è immediato: aumento del prezzo del petrolio e impatto su tutta l’economia globale, con un rischio concreto di inflazione. Il terzo è politico. Lo Stretto è un nodo globale: coinvolge Cina, India, Russia. Un blocco reale rischia di innescare dinamiche di escalation con queste potenze. In particolare la Cina, che ha interessi diretti nell’area, potrebbe essere trascinata in una spirale di confronto più ampia e più esplicita”.

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Cosa si può fare per fermare l’escalation?

"Le politiche accomodanti verso Trump non hanno prodotto risultati. Serve un segnale diverso: gli alleati devono mostrarsi meno allineati quando sono in gioco interessi strategici fondamentali. Questo significa mantenere i rapporti, ma anche costruire alternative, dialogando con altri attori globali, dalla Cina al Sud globale”.

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