Lo storico: è una Caporetto. "L’Azzurro univa il Paese"
Italia fuori dai Mondiali
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Roma, 2 aprile 2026 – Professor Giovanni De Luna, lei è uno storico appassionato di calcio. Ecco, con la sconfitta in Bosnia l’Italia è entrata nella storia: mai una nazione vincitrice di almeno un Mondiale aveva poi saltato tre edizioni di fila.
È riuscito a dormire questa notte?
"Sì, tranquillamente. Ma confesso che ho fatto uno strappo alla regola e per scaramanzia non ho guardato la partita con gli amici come sempre. Forse me la sentivo. Ho osservato l’epilogo, le facce meste. Però attenzione....".
"È sbagliata l’equazione ’lo stato del calcio rispecchia il Paese’. Quando il Napoli di Maradona vinse il primo scudetto, la città era degradata. Gigi Riva e il Cagliari tricolore non risollevarono la Sardegna. Ma la batosta con la Bosnia è grossa. Non andare ai Mondiali vuole dire perdere tifosi e generazioni".
Italia nel pallone, strade vuote e scuole calcio d’élite. Finisce così un romanzo popolare
Appunto, la Bosnia. Quanto conta la ‘fame’ storica di un popolo ferito?
"Moltissimo. Gli eventi storici che hanno scosso la vita della Bosnia hanno fatto sì che la nazione reagisse. Hanno voglia di riscatto. Noi ci ’bulliamo’ sulle quattro stelle e non abbiamo capito che gli altri Paesi, come Francia, Spagna, Inghilterra e Germania, sono andati in un’altra direzione".
"In Italia il calcio paga un ritardo culturale. Prendiamo gli altri sport: hanno capito prima l’importanza di essere multietnici e rappresentano un’Italia diversa, inclusiva. Battocletti (oro mondiale nei 3.000 metri indoor a marzo, ndr), che ha la mamma marocchina, ha vinto dopo aver osservato il ramadan. È un segnale importante. Il problema del calcio non sono gli stranieri, sono i dirigenti inadeguati che non favoriscono l’inclusione. La globalizzazione da 30-40 anni ha abbattuto le barriere. Il calcio è rimasto indietro e quello che ha detto Gravina sullo sport dilettantistico denota il ritardo culturale. E prima di lui c’era Tavecchio che chiamava ’mangiatori di banane’ gli immigrati".
A quale evento storico associa la sconfitta in Bosnia?
"Caporetto. La sconfitta militare durante la prima guerra mondiale fu vissuta come vergogna nazionale, proprio come ieri sera (mercoledì, ndr)".
Parlando di bei momenti storici, nella vittoria del 1982 in Spagna qualcuno vide una sorta di luce in fondo al tunnel dopo anni bui.
"Fu uno degli aspetti più significativi. Gli anni ’70 erano terminati con i 35 giorni di scioperi e picchetti alla Fiat che segnarono una sconfitta clamorosa del movimento operaio. Gli anni ’80 cominciano con quella vittoria in Spagna, il modo per esorcizzare terrore, angosce, conflitti e tensioni. Il calcio fu espressione di un popolo in festa".
Il presidente Sandro Pertini giocava a scopone scientifico in aereo con Bearzot, Zoff e Causio.
"Quella classe politica non c’è più, Pertini galvanizzava le folle. Ebbe un ruolo di supplenza forte per l’Italia che aveva perso unità nazionale. L’idea di far cantare l’inno era la necessità di ridare punti di riferimento al Paese. Si era alla disperata ricerca di simboli. E Pertini lo fu".
Con i Mondiali del ’90, ripartimmo dagli stadi nuovi.
"Sì, bisogna rifondare se si vuole amare il calcio. Ma non bastano gli impianti, è più importante l’aspetto culturale".
Nel 2006 vincemmo a Berlino dopo la bufera Calciopoli.
"Si sacrificò la Juve per non sacrificare il sistema. Ma capimmo come i miracoli calcistici nascono in maniera autonoma, il contesto era il peggiore possibile".
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