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Lo storico Cardini sul caso Pizzaballa: “Cattolici mai tanto offesi. Dopo secoli saltati tutti gli equilibri”

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30.03.2026

Domenica delle Palme 2025, nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme

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Roma, 30 marzo 2026 – “Una radicale presa di posizione che corrisponde non solo a una provocazione oggettiva, ma anche al venir meno di un sistema di rispetto per le autorità cattoliche che non si era mai verificato da quando Gerusalemme non è più in mani cristiane”. Ripercorrendo la storia di Gerusalemme, città santa per le tre religioni monoteiste, lo storico Franco Cardini critica duramente l’atto di forza con cui la polizia israeliana ha impedito al cardinale Pierbattista Pizzaballa e a padre Francesco Ielpo, l’accesso alla Basilica del Santo Sepolcro in occasione della Domenica delle Palme.

Il governo israeliano parla di ragioni di sicurezza legate alla guerra. Una motivazione accettabile?

“Lo stato di guerra riguarda il conflitto attuale con l’Iran, ma non abbiamo notizia, fino ad oggi, che la vita civile di Gerusalemme sia stata in qualche modo compromessa se non nei momenti caldi, in cui ci sono gli allarmi. Che l’ingresso del patriarca latino di Gerusalemme nella principale chiesa della Terra Santa sia impedito è una cosa assolutamente assurda, irragionevole”.

L’equilibrio su cui da secoli si regge Gerusalemme è saltato?

“Dal 1099 fino ai primi del ‘600, c’è stato un periodo in cui tutti i cristiani occidentali, i cristiani latini o cosiddetti ‘Farani’, non potevano entrare a Gerusalemme e non avevano chiese. Ma dopo questo periodo, a partire dall’accordo con il sultano del Cairo, la presenza dei cristiani a Gerusalemme non è più stata problematica. Con l’Impero Ottomano, dal 1518 al 1918, si apre il periodo probabilmente più tranquillo per Gerusalemme e per la Terra Santa. Anche sotto il re di Giordania, dal ‘48 al ’64, i rapporti con la Chiesa cattolica sono decisamente amichevoli. Poi dalla guerra dei Sei Giorni, nel 1967, a ora, Gerusalemme è entrata totalmente sotto l’occupazione israeliana. Gli israeliani hanno fatto di Gerusalemme la capitale dello Stato di Israele e dell’ebraismo e i rapporti con il mondo cattolico e con il patriarcato di Gerusalemme sono diventati abbastanza difficili, altalenanti, ma nel complesso – seppur con qualche incidente – sotto il profilo istituzionale e diplomatico, accettabili. Fino a ieri”.

I rapporti tra ebrei e cristiani in Terra Santa sono, dunque, ai minimi storici?

“Possiamo dire che siamo ai minimi storici esplicitati, perché nella sostanza c’eravamo da tempo. Gli atti di prepotenza, di violenza arbitraria di tipo pubblico si stanno sommando da molto tempo ad atti che non possiamo ufficialmente, addebitare al governo israeliano, ma che sono atti comuni da parte di estremisti ebrei di Israele. Casi di offese, spintoni, sputi nei confronti dei pellegrini sono sempre più frequenti a Gerusalemme. Non si richiama certo l’ambasciatore per questo, ma quando le cose diventano sistematiche e la polizia non interviene allora il discorso evidentemente cambia. Siamo in una fase gravissima e c’è solo da sperare che non peggiori”.

Serve una reazione decisa?

“Credo che il Vaticano reagirà in maniera molto opportuna. Ma anche i Paesi cattolici dovrebbero far sentire la loro voce. Mi aspetto dal presidente della Repubblica e dal governo italiano una posizione netta di condanna dell’operato del governo dello Stato ebraico di Israele. È necessario richiamare l’ambasciatore. È un’offesa, una violazione, che non riguarda soltanto le religioni cattoliche, riguarda chiunque abbia a cuore la libertà religiosa”.

Uno stato ebraico più forte e radicale rappresenta un rischio per la cristianità?

“Non se ne ama parlare in Italia ma è emerso un fondamentalismo ebraico all’interno del movimento sionista. Ci sono comunità ebraiche fondamentaliste che stanno parlando della necessità di ricostruire il tempio ebraico nel centro di Gerusalemme, nella spianata delle Moschee. Sono temi da affrontare prima che sia troppo tardi”.

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