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Il generale Camporini: “In Libano situazione molto critica. La missione Unifil può finire”

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17.03.2026

L'enorme detrito di un drone iraniano intercettato dalla contraerea di Israele e caduto su Gerusalemme, vicino alla casa di Netanyahu

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“Attualmente la situazione è molto, molto critica e, stanti i Terms of reference del mandato, Unifil II non può agire. È in atto uno scontro armato che i militari di Unifil non sono né tenuti a fermare né sono equipaggiati per farlo: possono soltanto controllare, verificare, prendere nota e, per quanto possibile, autoproteggersi. Questa situazione durerà finché continueranno queste operazioni sul terreno tra, Israele, Hamas e Hezbollah e il governo libanese che non ha mai avuto la forza, e probabilmente neanche la volontà, di disarmare Hezbollah, come era previsto dalla famigerata risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

È lo scenario tracciato dal generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica, mentre l’intensificarsi delle tensioni tra Idf ed Hezbollah in Libano mette a rischio i militari nella base Unifil di Shama.

C’è la possibilità che l’attuale situazione porti a una chiusura anticipata della missione?

"Il Consiglio di sicurezza ha deciso che la missione sarà chiusa alla fine di quest’anno con un ritiro graduale e ordinato all’inizio del 2027. Ma, dal momento che così come è la missione non soddisfa l’esigenza per cui era nata, si potrebbe tranquillamente decidere una chiusura anticipata. D’altro canto tenere lì la missione significa comunque avere un occhio internazionale che guarda quello che sta accadendo: può essere un deterrente indiretto ad azioni che non siano troppo irrispettose del diritto internazionale, del diritto di guerra. È una decisione politica prima ancora che logistica".

Il Capo di stato libanese ha auspicato dei negoziati diretti con Israele. Qual è l’obiettivo di Netanyahu in Libano?

"Una delle motivazioni che ha portato Israele a partecipare a questa operazione è avere un governo a Beirut che rappresenti una sorta di protettorato e si faccia carico della neutralizzazione delle milizie armate ostili in modo tale da garantire la sicurezza del confine nord di Israele dove Hezbollah minaccia tutta la Galilea settentrionale".

In prospettiva il ritiro di Unifil può portare a un inasprimento del conflitto tra Hezbollah e Israele?

"Mentre Hezbollah è sulla difensiva, il ritiro di Unifil potrebbe togliere un ulteriore freno all’azione militare israeliana. Ma nel quadro che ho delineato non c’è più spazio per Unifil, per Hezbollah o per altri. È il governo libanese che dovrebbe farsi carico di neutralizzare la minaccia da parte di chicchessia contro il settentrione di Israele".

Per i nostri militari italiani in Medio Oriente c’è un rischio effettivo?

"Diciamo che fino ad adesso è andata bene. Gli incidenti di Erbil e di Ali Al Salem non hanno provocato danni a persone però è chiaro che quando scoppiano le bombe e fischiano i proiettili, problemi ci sono e il rischio c’è".

Possiamo parlare anche di un rischio politico?

"Non credo ci sia una volontà strategica di attaccare le presenze internazionali dell’area, paesi come il nostro che ha dichiarato in modo molto esplicito di essere contrario all’operazione militare in atto. Paesi che costituiscono una garanzia di rispetto del diritto internazionale, per quel poco che ne è rimasto".

Si tratta, dunque, di incidenti?

"Essenzialmente sì, magari con un pizzico di volontarietà in qualche caso fra quelli occorsi".

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