Il legame covalente: quando la chimica diventa il linguaggio del lutto
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Ci sono amori che finiscono per inezie. E poi ce ne sono altri che non finiscono mai davvero, nemmeno quando la vita di chi li ha abitati non esiste più. Continuano a vibrare nei ricordi, nei gesti rimasti sospesi, nelle parole che non abbiamo più tempo di dire. È da questo spazio fragile – dove il sentimento sopravvive alla materia – che nasce Il legame covalente, il romanzo con cui Massimiliano Smeriglio racconta il lutto, la memoria e l’ostinazione dell’amore.
Ospite del vodcast Il Piacere della Lettura, Smeriglio ha accompagnato il pubblico dentro la struttura emotiva del libro pubblicato da Mondadori, un romanzo che usa la chimica per parlare di qualcosa che di scientifico non ha nulla: il legame profondo tra due persone.
La storia ruota attorno a un professore di chimica che perde la moglie Marcella a causa di una leucemia fulminante. La loro era una vita semplice, ordinata, quasi invisibile: una famiglia piccolo-borghese romana fatta di abitudini, lavoro, una figlia e una casa al mare. Un equilibrio che l’uomo definisce con una metafora precisa: il legame covalente, quella connessione tra due atomi che condividono parte della propria struttura per restare stabili. Quando Marcella muore, quella giuntura invisibile si spezza. E con essa si spezza anche l’uomo.
Smeriglio racconta di essere partito da due scintille narrative. La prima è un omaggio a Il sistema periodico di Primo Levi, nel cinquantenario della sua uscita. La seconda è il desiderio di osservare cosa accade quando una famiglia apparentemente ordinaria viene travolta da un dramma improvviso. “Quando il legame si rompe - spiega l’autore - non si rompe solo la coppia. Si rompe la persona che resta”.
Il romanzo segue infatti la caduta del protagonista in una spirale di solitudine: l’abbandono della scuola, l’alcol, il disordine domestico, la progressiva perdita di senso. Tutto viene filtrato attraverso la chimica. Ogni capitolo prende il nome da un elemento o da un composto – ossigeno, silicio, formaldeide – perché per il protagonista la scienza diventa l’ultima griglia interpretativa con cui provare a dare ordine al caos della vita.
Ma Smeriglio non racconta solo il lutto. Racconta anche le fratture del nostro tempo. Nel romanzo emerge il rapporto difficile con la figlia Beatrice, che rifiuta l’apparente perfezione della famiglia e incarna una generazione segnata dall’isolamento e dall’incertezza. “È la generazione del lockdown - osserva l’autore - Ragazzi che vivono un’ansia doppia: quando sono soli e quando sono in relazione”.
Accanto alla dimensione privata affiora anche una critica sociale. La malattia di Marcella diventa il punto in cui si manifestano le disuguaglianze del nostro tempo: chi non ha una rete familiare o risorse economiche sufficienti rischia di crollare sotto il peso dell’assistenza e della burocrazia. In questo senso, il romanzo diventa anche una riflessione su un Paese dove l’ascensore sociale si è fermato e dove gli imprevisti della vita possono travolgere anche chi pensava di essere al sicuro.
Eppure, dentro questa discesa, Smeriglio lascia spazio a una domanda più grande: cosa resta quando il legame più profondo della nostra vita si spezza?
Nel romanzo la risposta passa attraverso la memoria. Per il protagonista, ricordare Marcella diventa l’ultimo gesto di resistenza contro l’oblio. Non teme la morte, non teme la povertà. Teme soltanto di perdere i ricordi dei trent’anni trascorsi insieme.
Il legame covalente trova la sua verità più potente nell’idea che l’amore, anche quando sembra dissolversi, continua ad esistere come una forza invisibile, proprio come le particelle che tengono insieme la materia.
Perché i legami più profondi non si spezzano davvero. Cambiano forma. Si trasformano. Restano dentro di noi come un’energia silenziosa che continua a muovere il mondo. Anche quando pensiamo che tutto sia finito. Anche quando l’altro non c’è più.
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