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Silvia Salis l’anti-Meloni? La sindaca di Genova e le primarie: "Potrei. Anzi no”

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11.04.2026

La sindaca di Genova Silvia Salis

Roma, 11 aprile 2026 – Silvia Salis candidata premier unitaria del centrosinistra. Lo dice a Bloomberg: "Di fronte a una richiesta unificante non posso dire che non la prenderei nemmeno in considerazione, sarebbe una bugia". Anzi no. "Sono la sindaca di Genova e sono stata eletta dai genovesi per occuparmi della città almeno per cinque anni: non ho nessuna intenzione di venire meno al mio mandato", corregge il tiro la prima cittadina dopo un’intervista in cui, insieme alla risaputa avversione verso le primarie, aveva dichiarato la disponibilità a prendere "in considerazione" una richiesta di coalizione a fare da anti-Meloni. Salvo che la richiesta non perviene: dato che la segretaria dem Elly Schlein e il leader 5 stelle Giuseppe Conte non intendono in nessuno modo fare "un passo indietro" rispetto alla sfida diretta con ogni probabilità a risolversi con le primarie. Senza considerare che in mancanza di una riforma elettorale che garantisca la maggioranza, al momento appare difficile che uno degli schieramenti possa ottenere in numeri per un governo stabile.

Molto rumore per nulla, quindi? Nient’affatto. Dal momento che il nome della sindaca di Genova ricorre non da oggi come possibile alternativa vincente e unitaria, blandita tanto dalle forze moderate che da quelle di sinistra, per risolvere l’impasse rispetto ai due maggiori competitor in campo, ovvero Conte e Schlein. Salvo il rischio che essere candidati non basti affatto ad approdare a palazzo Chigi allo stato attuale della legge elettorale in parte uninominale e parte minore proporzionale. Come in fondo è nel disegno di una parte dei Pd avversi all’idea che la guida del governo tocchi tanto alla segretaria che all’ex premier 5 stelle.

A maggior ragione l’ex olimpionica sindaca di Genova non ha nessun razionale motivazione d’impegnarsi a guidare una sfida senza vincitori sicuri e che lascerebbe probabilmente il campo a più larghe intese. Come appunto plausibile se non venisse modificata l’attuale legge elettorale, che ha assicurato una larga maggioranza parlamentare alla destra solo in virtù del fatto che il Pd e il M5s non strinsero un’alleanza.

Questo spiega il lavorio in corso in parlamento contro la legge elettorale. E ancor più le reticenze del Pd e gli alleati di centrosinistra intorno alle primarie. Con Conte che incalza sulla linea del voto aperto e online, sicuro di ottenere un risultato anche da perdente: che si tratti di un ministero da vicepremier quasi diarca o della presidenza di una Camera. E Schlein che ha sempre vinto da sfavorita e teme comprensibilmente di partire coi favori del pronostico. Per tacere delle ripercussioni sulla scelta delle quote di candidati uninominali o dell’eventuale premio – per cui al primo turno tutto vorranno contarsi – e ancor più a lungo andare sulle elezioni del 2029 per il Quirinale. Mentre Conte sta sardonicamente giocando la partita da sfavorito, perdere le primarie per il Pd non datur. Di qui le immani, quanto inutili, resistenze.

Il Nazareno vive anche un acuirsi della tensione sulla questione israelo-palestenise e delle relative intolleranze espresse a volta in modo sguaiato dalla base nei riguardi degli esponenti di religione ebraica. Come l’ex deputato milanese Emanuele Fiano – già oggetto insieme all’ex segretario Piero Fassino del vituperio delle organizzazioni giovanili –, che ha minacciato di lasciare il partito a seguito dello stop al gemellaggio del capoluogo meneghino con Tel Aviv imposto dal Pd locale. Proprio Fassino si spende per convincere Fiano a soprassedere. Ma il disagio di alcune/i esponenti rispetto a taluni accenti in odor d’insulso antisemitismo "è reale".

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