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Il rilancio di Meloni in Aula. Oggi la premier riferirà alle Camere. Focus su energia, sicurezza e lavoro

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09.04.2026

Oggi la premier riferirà alle Camere. Focus su energia, sicurezza e lavoro. .

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Roma, 9 aprile 2026 – Eccola di nuovo. Dopo diciassette giorni di un silenzio quasi assoluto, la premier riappare oggi nelle aule parlamentari: alle 9 a Montecitorio, alle 13 a Palazzo Madama. La formula scelta è quella dell’informativa, che – a differenza delle comunicazioni – la mette al riparo dal rischio di fastidiosi voti in Aula. L’obiettivo, rivolto ai cittadini prima ancora che ai parlamentari, è cristallino: dimostrare che, nonostante il referendum, non è cambiato nulla. Un mero incidente di percorso da lasciarsi alle spalle. Le ipotesi su elezioni anticipate o rimpasti di governo, piovute a dirotto subito dopo la chiusura delle urne, vengono derubricate a "chiacchiere in libertà". A Palazzo Chigi si continua a lavorare e i dossier su cui si punta per spingere l’esecutivo verso il record di durata sono sicurezza e lavoro.

A darle una mano nell’oscurare il fattaccio referendario arriva poi la complessa scacchiera internazionale: inevitabilmente, saranno la guerra e la crisi energetica a tenere banco. Chi si aspetta una fragorosa presa di distanza da Donald Trump resterà deluso, ma i toni nei suoi confronti saranno sideralmente più freddi rispetto ai vecchi fasti: "Quando non siamo d’accordo sulle sue azioni – rivendicherà la premier – l’Italia lo dice". Non stupisce l’imbarazzo calato su Palazzo Chigi dopo l’endorsement del vicepresidente Usa. Ieri, da Budapest, J.D. Vance si è detto deluso da "molta leadership politica europea", a suo dire disinteressata a risolvere la guerra in Ucraina, complimentandosi invece con Meloni, definita "molto utile", e Orbán, "il più utile". Un tempo lodi del genere sarebbero state accolte stappando champagne; oggi, generano forti mal di pancia.

Di certo, spostando l’attenzione sul Medio Oriente, la premier si muoverà nel solco tracciato dalla dichiarazione congiunta del G7 (Stati Uniti esclusi) e dei vertici Ue: "Piena soddisfazione" per la tregua e necessità di lavorare "alacremente" per una fine rapida del conflitto, da raggiungere "solo con mezzi diplomatici". Un traguardo vitale "per proteggere la popolazione civile" e per "scongiurare una grave crisi energetica globale".

Decisamente più esplicita sarà la condanna a Israele. Nel mirino ci sono i colpi sparati contro il contingente italiano Unifil (che hanno spinto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a convocare l’ambasciatore), ma anche il timore che le bombe su Beirut, oltre a falcidiare civili innocenti, finiscano per affossare definitivamente la tregua. Ieri Meloni ha stigmatizzato la scelta di Tel Aviv di proseguire gli attacchi in Libano, denunciando le manovre azzardate contro i nostri convogli: "È inaccettabile che il personale sotto l’egida dell’Onu sia messo a rischio da azioni irresponsabili – ha tuonato – gli attacchi israeliani devono cessare immediatamente".

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Sul fronte interno, la leader martellerà sulle iniziative messe in campo per fronteggiare una crisi energetica che resta sempre dietro l’angolo, anche qualora la fragile tregua dovesse reggere. Insisterà sulla valenza politica del suo recente tour nei Paesi del Golfo: se fino al 2022 i rapporti con quegli Stati erano a dir poco insoddisfacenti, l’arrivo a Palazzo Chigi ha segnato una svolta. Prima con gli Emirati Arabi, poi con il resto della regione, l’Italia si è riposizionata come interlocutore di primissimo piano. Illustrerà quindi una strategia fondata sulla differenziazione delle fonti di approvvigionamento: l’Azerbaigian (con un viaggio a Baku già in agenda), la Libia, l’Egitto, e persino un accordo con il Texas per compensare il gas del Qatar, bloccato dalla morsa sullo stretto di Hormuz.

In questa vasta narrazione geopolitica, il referendum passerà in secondo piano. Figuriamoci le voci sulle “decapitazioni” interne al governo, ancorché l’opposizione sia pronta a cannoneggiare su questi nervi scoperti. Per controbattere, la premier userà parole incandescenti contro la “politica del fango”. Su due punti glissare sarà impossibile. Sul premierato Meloni tira dritto, ma sa che l’urgenza oggi si chiama legge elettorale: incassato il colpo delle urne, la premier aprirà al dialogo per “migliorare” il testo in Parlamento. La condizione? Blindare stabilità e governabilità. Esattamente l’opposto di ciò a cui mira il centrosinistra.

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