Eros Ramazzotti canta la pace: “Se parli di guerra e genocidio ti esponi a ritorsioni incomprensibili”
Eros Ramazzotti, 62 anni, tra i dodicimila della Royal Arena di Copenhagen
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Copenhagen – C’è del macho in Danimarca. Basta guardarle con lo sguardo rapito cantare Fuoco nel fuoco o Più bella cosa dando fondo all’italiano imparato sulle spiagge della Romagna o dinnanzi alle fontane di Roma per capire che Eros Ramazzotti tra le ragazze (e le ex ragazze) scandinave è ancora un amatissimo esempio di razza peninsulare da hit-parade. Una cintura nera di selfie, come si definisce lui lasciandosi carezzare e sbaciucchiare davanti ai telefonini impazziti (“qua posso farlo, in Italia, invece, è un po’ più difficile”), calata l’altra sera tra i dodicimila della Royal Arena di Copenhagen con una sorpresa, l’amico Max Pezzali, per duettarci quella Come nei film che impreziosisce il repertorio inedito del suo ultimo album Una storia importante. Nell’attesa di affrontare pure lui il pubblico europeo, infatti, Pezzali inizia a muovere le acque dal Baltico, raccontando come la collaborazione col ragazzo nato ai bordi di periferia sommi le anime di entrambi. “Il pezzo arriva in radio tra dieci giorni e lo trovo molto bello perché ha una narrativa molto vicina al mondo di Eros, ma anche contigua al mio” racconta Max.
“Oggi pure una bel brano non ha più l’impronta e la forza di 20-30 anni fa” ammette con realismo Ramazzotti. “Così, ho pensato che per me la cosa migliore potesse essere uscire con un po’ di pezzi del passato e altri del presente perché, vuoi per i tempi vuoi per il piattume generale, non è più facile scriverne come una volta”.
Durante il suo concerto alla fine di Se bastasse una canzone compare sullo schermo il simbolo della pace.
“Siccome non si può dire niente, ho voluto almeno usare quello. Se parli di guerra, di genocidio, ti esponi a ritorsioni incomprensibili. Non poter più entrare negli Usa, ad esempio. Ci sono due personaggi che stanno destabilizzando otto miliardi di persone ed è paradossale che sull’orlo della Terza Guerra Mondiale non si possa dire “viva la pace“”.
“Il concerto si cala in quello spazio che separa la realtà da quel che vorrebbe la gente, ovvero vivere una vita serena senza pazzi che pensano di risolvere i problemi scaricando bombe sulle popolazioni inermi. Ma se la politica divide, la musica unisce l’umanità della gente. E quindi dobbiamo andare avanti”. Lui a Copenaghen l’ha fatto dedicando il concerto a Lucio Dalla nel giorno del suo 83° compleanno e omaggiando tanto il Pino Daniele di A me me piace ‘o blues nella coda di Un cuore con le ali quanto il Bob Marley di No woman no cry in Un’altra te. Tutto nell’agenda di un tour di 71 show (715 mila biglietti venduti con l’obiettivo dichiarato di raggiungere il milione), su un palco “a forma di scorpione” assieme a 12 musicisti, che fra tre mesi lo vedrà impegnato pure negli stadi italiani per 7 notti con tappa a San Siro il 9 giugno (fra gli ospiti in trattativa, Alicia Keys, per replicare la suggestiva versione de L’aurora piano e voci offerta all’Ariston). E nella calda notte danese, inchinandosi madido di sudore ai dodicimila per l’ultimo “mange tak”, grazie mille, l’uomo col cuore in battere e levare è sembrato davvero felice.
Serena Brancale la conosco da anni e assieme abbiamo registrato pure un duetto che magari un giorno uscirà
È stata dura formare la scaletta?
“Per rimanere attorno alle due ore di spettacolo ho lasciato fuori almeno una trentina di brani. Le defezioni più dolorose? Probabilmente Piccola pietra, Un attimo di pace, Solo ieri”.
Poche sere fa è stato tra i superospiti di Sanremo. Come ha trovato quest’anno il Festival?
“C’erano delle belle canzoni. Sayf è un bravo ragazzo e penso che farà bene. Serena Brancale, invece, la conosco da anni e assieme abbiamo registrato pure un duetto che magari un giorno uscirà. Ho apprezzato pure Marco Masini, grande cantante e ottimo musicista, che ha fatto tanto per Fedez su quel palco”.
‘Per sempre sì ‘non è male, ma ha un arrangiamento troppo, troppo, retrò. La canzone di Sal Da Vinci non ci rappresenta molto: in Italia produciamo musica di maggior spessore
E il vincitore Sal Da Vinci?
“L’ho conosciuto grazie alla Nazionale Cantanti nella seconda metà degli anni Novanta. Giocava molto bene sulla fascia. E canta pure molto bene. La sua Per sempre sì non è male, ma ha un arrangiamento troppo, troppo, retrò. Non ci rappresenta molto, perché in Italia produciamo musica di maggior spessore”.
Parliamo di un’altra sua passione, i cavalli. Ha visto che Andrea Bocelli a Sanremo s’è presentato in sella al suo “Caudillo”?
“Caudillo? Beh – scherza Eros – allora il mio l’avrei chiamato Benito”.
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