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Da Sanremo con Joan Thiele al Forum di Assago: Frah Quintale racconta il suo anno

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09.04.2026

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“Questo live rappresenta la chiusura di un ciclo e l'apertura di un altro” ammette Frah Quintale parlando del suo primo tour nei palazzi dello sport a Soundcheck, il format musicale disponibile sul sito web e sui social del nostro giornale, nell’attesa di debuttare il 13 aprile al Forum di Assago, dopo la data zero dell’11 a Terni. “Tutto sommato, sono contento di arrivare ai palazzetti dopo una ‘lunga’ gavetta, visto che dal primo album solista è passato ormai quasi un decennio” racconta lui, al secolo Francesco Servadei. “Ma sono contento anche di arrivarci dopo l’esperienza a due con Coez di ‘Lovebars’, perché mi ha permesso di prendere le misure ai palazzetti. Nonostante si tratti di un debutto, quindi, so già un po’ cosa mi aspetta”.

Ripensando al tour di “Lovebars”, una cosa da rifare e una assolutamente da evitare nei palasport?

“Tenuto conto anche della mia indole, settare lo spettacolo più sulla musica che sui ‘fuochi d'artificio’, sugli effetti speciali che ti offre la tecnologia. I palazzetti sono posti molto grandi dove per riuscire a coinvolgere anche l’ultimo spettatore è necessario mettere dei ledwall, ma l’aspetto ‘estetico’ dello spettacolo dovrebbe esaurirsi lì per lasciare spazio all’emozione della musica. Quindi, ho lavorato molto alla ricerca di un equilibrio tra l’impatto emotivo dei brani e la loro rappresentazione visiva, che è sicuramente molto importante, ma non può divenire totalizzante”.

A livello di esperienze, di maturazione, di sguardo sul mondo, nella sua carriera c'è stato un prima e un dopo “Lovebars”?

“Penso proprio di sì. Coez mi ha fatto la proposta del disco a due in un momento un po’ confuso del mio cammino artistico, quando non sapevo bene che strada prendere. Dopo ‘Regardez moi’ e ‘Banzai’, i miei primi lavori, mi sentivo ancora alla ricerca di un’identità precisa, come se mancasse un filo capace di tenere tutto insieme. L’esperienza di ‘Lovebars’ mi ha dato modo di tornare in studio e confrontarmi con un'altra persona, cosa che non succedeva da tempo perché sono un solitario abituato a chiudersi in studio con le sue idee e uscire solo a progetto finito. Cosa di per sé molto bella perché trasforma il confronto col foglio bianco in una specie di terapia capace di tirarti fuori tutto quel che hai dentro, ma ti fa anche correre il rischio di rimanere intrappolato nella tua stessa prospettiva. Il confronto con un amico mi ha permesso, invece, di allargare lo sguardo, di mettere in discussione le mie certezze e vedere la musica da angolazioni nuove”.

A proposito di amici, ai concerti ha invitato Coez, Guè, Joan Thiele, Mecna, Giorgio Poi e tutti gli altri con cui collabora?

“Non posso anticipare niente, ma qualcuno verrà sicuramente. Questo perché vorrei tanto che il concerto si trasformasse nella festa dei miei dieci anni di carriera assieme gli amici che, in un modo o nell’altro, hanno incrociato i miei mondi. Cosa che vorrei accadesse non solo a Milano, ma pure nelle altre date, anche se incastrare i diversi impegni non sarà facile”.

Un ospite enorme, gigantesco, bello e impossibile?

“Così su, due piedi, mi verrebbe da dire Pharrell Williams e Tyler, the Creator, visto che la mia musica si ispira a quei mondi là”.

“Amor proprio” è il suo quarto album solista, a che punto del suo cammino artistico pensa d’essere arrivato?

“Lo ritengo un disco con dentro tanta penna, tanta scrittura, tanta attenzione al sound, e tutto quello che m’è accaduto in questa decade, ora certe cose sedimentarle e poi andare avanti”.

L’ha scritto tra Varazze, Volterra e Asiago. Cercando cosa?

“Anche se amo starmene in studio, quella è una dimensione che ti spinge a cercare la canzone a tutti i costi, mentre decontestualizzare la scrittura, portandola in posti più di ‘vacanza’, rende tutto più piacevole, e la scrittura se ne avvantaggia. Provo a far sì che la musica non diventi lavoro, impegno, ossessiva ricerca del brano giusto, ma conservi la vena gioviale e divertita dell’incontro con gli amici, anche se, come detto, tendo istintivamente all’approccio opposto”.

Un punto sulla mappa geografica che, sotto questo aspetto, potrebbe essere rivelarsi stimolante?

“Qualsiasi posto dove c'è della natura va benissimo, che si tratti di Volterra o della Giamaica, tanto per citare un paio di posti in cui sono stato bene negli ultimi anni, è lo stesso”.

Del Francesco ragazzo che vent’anni fa, con suo fratello Merio, ha cominciato a fare questo lavoro nei Fratelli Quintale cos’è rimasto?

“L'urgenza di scrivere. E poi quella naturale inclinazione a fare le cose a modo mio, nata dentro un mondo che sento profondamente vicino: quello dei graffiti. Ho iniziato ad interessarmi di musica, infatti, partendo proprio da un graffitismo in cui l’originalità non è un dettaglio, ma una condizione essenziale”.

L'anno scorso ha cantato a Sanremo con Joan Thiele nella serata del venerdì. Nessuna tentazione di tornarci in gara?

“Mah, secondo me la presenza al Festival è un allineamento di pianeti condizionato dal brano che hai per le mani. Non escludo niente. Sono stato contento, comunque, dell’invito di Joan che mi ha permesso di scoprire un mondo nuovo e di divertirmi”.

Avete cantato “Che cosa c'è” di Gino Paoli

“Quel brano l’ha scelto Joan e io l’ho sposato subito perché si rifà molto al suo immaginario di cantautrice ed è un notevole esempio di quel romanticismo ‘classico’ che resta un punto fermo della canzone italiana”.

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