Corea, a Jeju il caso si allarga: il DNA dell’agente degli scomparsi trovato nel bagno femminile della polizia
Nuovi sviluppi nel caso Jeju: il DNA dell’agente arrestato per le false chiusure degli scomparsi è stato trovato nel bagno femminile della stazione di polizia
Il caso Jeju sembrava già contenere abbastanza elementi per diventare una delle storie più inquietanti dell’estate sudcoreana: due persone scomparse dichiarate rintracciate e successivamente trovate morte, quattro corpi recuperati sull’isola in tre giorni, 298 fascicoli passati attraverso le mani dello stesso agente e centinaia di migliaia di pratiche che la Corea del Sud ha deciso di riesaminare. Ora, mentre gli investigatori continuano a cercare soprattutto una risposta alla domanda che resta al centro dell’intera vicenda — perché un poliziotto avrebbe dovuto inventare di aver parlato con persone che non aveva mai contattato? — emerge un nuovo dettaglio, completamente separato dalle morti ma difficile da ignorare: il DNA dell’agente arrestato è stato trovato sulle pareti superiori dei box del bagno femminile della stazione di polizia nella quale lavorava.
È importante chiarirlo immediatamente, perché in una storia nella quale le suggestioni corrono ormai molto più rapidamente delle prove: l’episodio del bagno femminile non è stato collegato dagli investigatori alla morte di Jang Mi-ran, né a quella dell’uomo sulla sessantina trovato morto il 22 agosto, né agli altri decessi avvenuti sull’isola. Si tratta di un procedimento distinto nel quale l’agente, identificato dalla stampa coreana con il cognome Boo, è indagato per una possibile violazione della normativa sudcoreana sui reati sessuali relativa all’ingresso in un luogo destinato alle donne per finalità sessuali. Lui ammette sostanzialmente la presenza nel bagno ma nega che vi sia entrato con uno scopo sessuale.
Eppure, proprio mentre la polizia tenta di ricostruire il profilo e soprattutto le motivazioni dell’uomo che avrebbe chiuso falsamente almeno due fascicoli di scomparsa, il nuovo elemento contribuisce inevitabilmente a rendere ancora più complessa la figura dell’agente al centro del caso.
Il DNA sulle pareti superiori dei box
L’episodio risale al 22 luglio, quando Boo sarebbe entrato nel bagno femminile della Jeju Western Police Station, la stessa struttura nella quale lavorava e nella quale erano stati gestiti anche i casi di persone scomparse oggi al centro dello scandalo. Secondo la ricostruzione della polizia, l’agente sarebbe stato scoperto dopo essersi trovato davanti una collega che stava entrando nel bagno, circostanza che aveva già determinato l’apertura di un’indagine separata.
Gli investigatori hanno successivamente effettuato accertamenti all’interno dei locali, raccogliendo tracce sulle pareti divisorie e nell’area superiore dei box. Il risultato reso pubblico il 27 agosto è particolarmente significativo: il DNA estratto da tracce di palmo trovate sulle parti alte di entrambe le pareti di un box è risultato compatibile con quello di Boo. Altri rilievi erano stati effettuati anche nella zona del soffitto, anche se la presenza di polvere avrebbe reso difficile ottenere impronte digitali utilizzabili.
Il ritrovamento del DNA documenta quindi il contatto dell’agente con quelle superfici, ma non dimostra da solo quale fosse il motivo per cui si trovasse lì o che cosa stesse facendo: ed è precisamente questo che gli investigatori devono ora stabilire. Boo sostiene infatti di non........
