Scuola, la lezione frontale funziona (e il mondo lo ha capito)
Dagli Stati Uniti alla Svezia torna centrale l’insegnamento esplicito guidato dal docente. La ricerca sul carico cognitivo e i dati sugli apprendimenti riaprono il dibattito sulla lezione frontale e sul ruolo del maestro.
C’è un riflesso quasi automatico nel dibattito educativo contemporaneo: basta pronunciare “lezione frontale” perché si sollevi un sospetto. È diventata la forma da superare, il simbolo di una scuola che non funziona più, il residuo di un passato da archiviare. Se una classe è distratta, la colpa è della lezione frontale. Se gli studenti sono demotivati, bisogna “andare oltre la frontalità”. Se si invoca il rinnovamento, si comincia prendendo le distanze da quella parola.
Eppure per anni si è colpito il bersaglio sbagliato, e forse il vento sta cambiando, se si guarda fuori dall’Italia: negli Stati Uniti, per fare un esempio, si è riaperto con forza il dibattito sull’explicit instruction, l’insegnamento diretto ed esplicito guidato dal docente. Dopo stagioni segnate da un entusiasmo quasi esclusivo per modelli interamente centrati sulla scoperta autonoma, molte scuole stanno rivalutando la necessità di spiegazioni chiare, strutturate, sequenziali. D’altronde, i risultati sugli apprendimenti – anche in rilevazioni nazionali e internazionali – hanno mostrato che senza una guida competente molti studenti, soprattutto........
