Mogol, novant’anni dentro la vita
È l’uomo che ha trasformato la vita quotidiana in parole che appartengono alla memoria di tutti
Il 17 agosto Giulio Rapetti compie novant’anni. Ha scritto quasi duemila canzoni, ma i numeri spiegano soltanto una parte della sua storia. Il suo vero capolavoro è avere inventato una lingua nella quale milioni di italiani hanno imparato a riconoscere l’amore, il desiderio, la paura, la gelosia, la libertà, la perdita. Da Battisti al CET, Mogol non ha semplicemente accompagnato la storia della canzone italiana: ha contribuito a costruire il nostro modo di raccontare i sentimenti.
C’è un cortile, sulle colline umbre, che forse racconta Mogol meglio di qualunque biografia. Scorre lungo la sua casa fino alle aule del CET, il Centro Europeo di Toscolano che Giulio Rapetti ha fondato nel 1992 ad Avigliano Umbro. Lungo quei pochi metri ci sono delle fioriere e dentro le fioriere piccoli altoparlanti che diffondono le canzoni scritte con Lucio Battisti. Una volta camminavo lì con lui, parlando di musica e di parole, quando all’improvviso si fermò. Dagli altoparlanti arrivava Sì, viaggiare. Mogol rimase ad ascoltare per qualche secondo, quasi sorpreso da qualcosa che conosceva da una vita. Poi disse: «Senti che forza, eravamo incredibili». E subito dopo arrivò il pensiero inevitabile, quello che ogni volta riporta alla più grande coppia creativa della musica italiana: quante altre canzoni avrebbero potuto scrivere insieme.
Sono passati dieci anni da quando raccontai quell’episodio su Panorama, in occasione dei suoi ottant’anni. Oggi Mogol ne compie novanta e quella scena mi sembra ancora più significativa. Perché contiene tutto: l’orgoglio e il rimpianto, la memoria e lo stupore, la certezza del proprio valore senza bisogno di trasformarla in monumento. Soprattutto contiene una cosa che Mogol ha sempre difeso con ostinazione: l’emozione arriva prima della teoria. Il resto viene dopo.
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