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Il terremoto visto dalle case: «Io, alta tre piani, sentii brividi lungo la scala»

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24.04.2026

Di seguito pubblichiamo un racconto che riferisce quanto accadde il 6 maggio del 1976 e dei mesi che seguirono. Stavolta la narrazione giunge dalle strutture, scosse violentemente nella zona colpita dal terremoto e in quelle che nelle località balneari furono messe a disposizione per ospitare le persone rimaste senza tetto. ***

Il 6 maggio 1976, faceva un caldo infernale, cani vicini e lontani abbaiavano e ululavano.

Nonostante io sia ben piazzata, alta tre piani, con larghe terrazze tutt’attorno, cantine, camera oscura interrata e solide fondamenta, mi sentii tutta tremare.

Percepii ogni parte della mia struttura. Le mie ossa: muri, travi, pilastri; i miei muscoli: pavimenti, tetto, pareti; i miei organi: caldaie, autoclave; le mie vene ed arterie: tubi e condotti.

I brividi corsero sulla mia colonna vertebrale: sessantanove scalini, quando sentii srotolarsi su essi i piedi di Gina, Rosetta, Susi, Franco per scendere al richiamo di Norma: «Franco tutto bene?».

«Sìì!» Franco, figlio di Norma e del fotografo Emilio Ciol, “addestrato” ai terremoti durante un soggiorno in Perù, aveva protetto la sua famiglia abbracciandola stretta ad una colonna portante del primo piano dove viveva e, ad ognuna delle sue femminucce, moglie e due figlie, aveva dato un bacio in fronte. Poi, per diversi giorni, sentii parlare alla radio e alla televisione dell’Orcolat, che io interpretavo scomposto in due parole: or colat cioè orlo caduto o orto caduto, visti gli effetti.

Noi, in pianura, precisamente a San Giovanni di Casarsa, venimmo a conoscenza ad evento accaduto di quest’orco che, secondo........

© Messaggero Veneto