D'Annunzio, il Duce, il figlio degenere e la vecchiaia: il Vate più segreto nelle sue lettere
«Caro amico, Le scrivo dopo aver ben meditata la mia risoluzione. Mio figlio, e i suoi parassiti immondi, congiurano con scaltrimenti d’ogni sorta e con menzogne d’ogni specie...».
Così Gabriele d’Annunzio scrive il 22 aprile del 1927 a Giovanni Rizzo. È una delle 83 missive autografe, una ventina delle quali inedite, che La Fondazione Il Vittoriale degli Italiani ha appena acquisito (attraverso la casa d’aste Finarte), tutte dirette al funzionario di Polizia che era arrivato a Gardone Riviera nel 1923, ufficialmente per indagare su un furto di gioielli, di fatto per spiare il Vate, la cui forte influenza politica sulla nazione non era gradita a Benito Mussolini.
Impossibile pensare che il poeta non ne fosse al corrente. In molti messaggi sembra voglia scrollare la testa per liberarsi dalle redini. In queste centinaia di pagine c’è un d’Annunzio consapevole anche del proprio declino. Furioso contro il figlio, come visto. Tormentato dagli scocciatori, dai famigliari, dai creditori, dalle malattie. A parte i molti riferimenti all’ordinaria amministrazione, ricorrono però principalmente tre temi.
RAPPORTO COL FASCISMO
Uno riguarda il rapporto con il Fascismo e con il suo fondatore. «Caro Giovanni Rizzo, in questo momento ho la prova che il Primo Ministro non soltanto ha mancato contro l'amicizia ma contro l’onore», gli scrive il 27 settembre 1929. «Io avevo proposto all'Accademia tre artisti di molto superiori a tanti accademici mediocri o nulli: IldebrandoPizzetti, Giuseppe Brunati, Gianfrancesco Malipiero. In tre lettere - che conservo - il Primo Ministro aveva promesso la nomina. E io avevo comunicato la notizia ai tre miei compagni. Le gelosie, gli odi, le miserie altrui hanno dunque prevalso - nell’animo del “Duce” - contro la mia amicizia e il mio alto conoscimento. Le ordino di informarsi e di confermarmi l’offesa, perché io possa scrivere il mio........
