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Il futuro che abbiamo già visto

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01.09.2026

Il programma di Futuro Nazionale promette l’Italia del 2027-2037. Ma tra famiglia “naturale”, natalismo, quote azzurre, patriarcato, identità cristiana e remigrazione, alcune idee sembrano arrivare da un passato che questo Paese dovrebbe conoscere molto bene.

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel chiamare Futuro Nazionale un progetto politico che, in alcuni dei suoi punti più identitari, sembra guardare molto più indietro che avanti.

Il programma del partito di Roberto Vannacci si presenta come una proposta per l’Italia del 2027-2037. Circa cento pagine, almeno nelle due parti già pubblicate, nelle quali non troviamo soltanto immigrazione e sicurezza. C’è un’idea complessiva di società: famiglia, natalità, donne, aborto, unioni civili, religione, educazione, cittadinanza, identità nazionale. Lo stesso documento definisce il progetto “radicato nella Tradizione romana e cristiana” e individua quattro linee considerate insindacabili: difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, famiglia naturale, identità cristiana e concezione romana del diritto. Liquidare tutto questo con una risata sarebbe un errore. Liquidarlo semplicemente come fascismo sarebbe altrettanto facile.

Molto più interessante è fare qualcosa che in Italia sembriamo avere progressivamente dimenticato: aprire i libri di storia. Perché la domanda non è se Roberto Vannacci sia Benito Mussolini. Non lo è. Non siamo nel 1922, non esiste il Partito Nazionale Fascista, non ci sono le camicie nere al governo e viviamo, fortunatamente, dentro una democrazia costituzionale. La domanda è un’altra: quante delle idee presentate come futuro hanno precedenti riconoscibili nel passato autoritario dell’Italia? E qui le coincidenze cominciano a diventare difficili da ignorare.

Prima la famiglia. Ma soltanto quella giusta

Futuro Nazionale parla di “famiglia naturale“. Contesta le unioni civili, considera il matrimonio come istituto fondato sull’unione tra uomo e donna e costruisce intorno alla natalità una parte importante del proprio progetto politico. Nella seconda parte del programma arriva inoltre a sostenere che l’aborto non sia un diritto. Anche qui bisogna essere precisi: difendere la famiglia “tradizionale” non significa essere fascisti. Essere contrari all’aborto non significa essere fascisti. Volere più figli in Italia non significa essere fascisti. Il problema emerge quando cominciamo a mettere insieme i pezzi. Famiglia tradizionale. Natalità come interesse nazionale. Privilegi legati al numero dei figli. Maternità. Contrasto all’aborto. Ruoli familiari. Identità nazionale. Perché questo insieme di concetti possiede un precedente storico piuttosto ingombrante.

Il fascismo fece della demografia una questione politica. Il regime esaltò famiglia e maternità, istituì l’Unione fascista fra le famiglie numerose, premiò le madri prolifiche, introdusse prestiti matrimoniali, agevolazioni fiscali per le famiglie numerose e persino un’imposta sui celibi. Combatté la propaganda anticoncezionale e l’aborto e intervenne sul lavoro femminile, limitando l’accesso delle donne a numerosi impieghi. Mussolini collegava esplicitamente la potenza della nazione alla sua forza demografica. Quasi un secolo dopo nessuno propone di ricostruire integralmente quel sistema. Ma quando la procreazione torna a diventare materia attraverso la quale lo Stato stabilisce quali comportamenti familiari incentivare e quali modelli considerare preferibili, ricordare dove abbiamo già incontrato questa concezione non significa strumentalizzare la storia. Significa conoscerla.

Le “quote azzurre”. Questa volta il........

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