menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

Cambio-valuta o cambio culturale?

25 0
08.04.2026

Perché esistono terapie per “curare” l’orientamento sessuale o l’identità di genere e quale sarebbe la vera “conversione” culturale per garantire una reale inclusione e uguaglianza delle persone LGTBIQ .

(A continuación, puede leer este artículo también en español)

Convertire da e convertire in… possiamo convertire una valuta nazionale o possiamo convertirci ad una religione o ad un credo. Quando parliamo di conversione lo facciamo per riferirci a qualcosa in cui non crediamo più, a qualcosa che ormai non ci serve o ancora a qualcosa che consideriamo sbagliato e che vogliamo trasformare in altro, altro che riteniamo più utile, più giusto, più corretto.

L’esistenza di terapie di conversione che promettono di “aggiustare” l’orientamento sessuale o l’identità di genere, ci interroga sulla società di cui siamo parte e sulle istituzioni che ci rappresentano. È il riflesso di una mentalità secondo cui essere omosessuali o persone trans non è giusto né utile per la società. L’esistenza stessa di queste terapie, infatti, deriva dalla considerazione che essere una persona queer sia qualcosa di sbagliato e pertanto da curare.

Le terapie di conversione (note anche come “terapie riparative”) sono pratiche che mirano a cambiare o sopprimere l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona, cercando di farla evolvere verso un orientamento eterosessuale o un’identità cisgender. Nonostante queste pratiche siano ampiamente condannate dalla comunità scientifica e dai principali organismi internazionali per la salute e i diritti umani, nella maggior parte dei paesi, anche europei, esistono e la legislazione non le proibisce né le sanziona.

Le terapie di conversione affondano le loro radici e sviluppo in un periodo storico in cui l’omosessualità era classificata come malattia mentale o come il risultato di traumi, relazioni familiari problematiche o “errori” nello sviluppo affettivo. Questa visione influenzò profondamente la psichiatria e la psicologia del Novecento, portando alla diffusione di trattamenti che promettevano di “correggere” l’orientamento sessuale partendo quindi dal presupposto che vi era un comportamento da correggere o da curare.

Già nel 1973, l’American Psychiatric Association decise di rimuovere l’omosessualità dal DSM, il manuale diagnostico dei disturbi mentali. Negli anni successivi anche altre istituzioni scientifiche, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno riconosciuto che l’orientamento sessuale non è una patologia e che non necessita di cure.

Le organizzazioni sanitarie internazionali affermano infatti che queste pratiche, oltre a non avere alcuna evidenza scientifica, proprio per mancanza di una patologia da curare, possono invece causare gravi danni psicologici, come depressione, ansia, senso di colpa, perdita di autostima e in molti casi aumentano il rischio di suicidio.

Ciononostante, alcune organizzazioni, in particolar modo quelle di carattere religioso, hanno continuato a promuovere pratiche per “cambiare” l’orientamento sessuale o “ricondurre” la persona ad un genere “cis” basandosi sull’idea che l’omosessualità sia un comportamento appreso con il tempo o che si sia sviluppato come condizionamento generato da alcuni ambienti sociali o da politiche di inclusione.

In passato erano comuni le terapie aversive: terapie basate su input negativi forniti al paziente a seguito del verificarsi di comportamenti “indesiderati”. Molto comune tra i metodi, l’uso dell’elettroshock o di farmaci il cui obiettivo era quello di provocare un forte rifiuto, in base alla reazione del “paziente” di fronte a immagini omoerotiche. Anche qualora queste pratiche non prevedessero una violenza fisica, esercitano sempre una forte pressione emotiva e causano gravi sensi di colpa, vergogna e rifiuto di sé fino a conseguenze molto gravi come il suicidio.

Oggi queste terapie di conversione non si presentano esplicitamente come terapie riparative dell’omosessualità o dell’identità sessuale, bensì come aiuto a ritrovare la “felicità perduta” attraverso consulenze psicologiche o cammini di fede. Gli effetti rimangono egualmente gravi e devastanti per la persona: depressione, ansia, suicidio. L’inevitabile lettura, quindi, è che tutt’oggi resiste in modo consistente il presupposto che esista nella persona queer un comportamento da correggere o da guarire perché sbagliato.

Secondo varie ricerche europee, una persona queer su quattro sarebbe stata sottoposta a qualche forma di “conversione” durante la sua vita.

Molti ex partecipanti, vittime di questi “percorsi” raccontano di terapie durate molti anni in cui equipe di presunti esperti, professionisti e religiosi li avrebbero aiutati a convertirsi all’eterosessualità forzandoli a mantenere comportamenti in aperto contrasto con il proprio essere naturale e con conseguenti risultati fallimentari. La ragione di questi fallimenti, secondo i resoconti dei responsabili delle terapie, viene sempre attribuita al “paziente” che, non essendosi........

© La Voce d'Italia