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Cambio-valuta o cambio culturale?

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08.04.2026

Perché esistono terapie per “curare” l’orientamento sessuale o l’identità di genere e quale sarebbe la vera “conversione” culturale per garantire una reale inclusione e uguaglianza delle persone LGTBIQ+.

(A continuación, puede leer este artículo también en español)

Convertire da e convertire in… possiamo convertire una valuta nazionale o possiamo convertirci ad una religione o ad un credo. Quando parliamo di conversione lo facciamo per riferirci a qualcosa in cui non crediamo più, a qualcosa che ormai non ci serve o ancora a qualcosa che consideriamo sbagliato e che vogliamo trasformare in altro, altro che riteniamo più utile, più giusto, più corretto.

L’esistenza di terapie di conversione che promettono di “aggiustare” l’orientamento sessuale o l’identità di genere, ci interroga sulla società di cui siamo parte e sulle istituzioni che ci rappresentano. È il riflesso di una mentalità secondo cui essere omosessuali o persone trans non è giusto né utile per la società. L’esistenza stessa di queste terapie, infatti, deriva dalla considerazione che essere una persona queer sia qualcosa di sbagliato e pertanto da curare.

Le terapie di conversione (note anche come “terapie riparative”) sono pratiche che mirano a cambiare o sopprimere l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona, cercando di farla evolvere verso un orientamento eterosessuale o un’identità cisgender. Nonostante queste pratiche siano ampiamente condannate dalla comunità scientifica e dai principali organismi internazionali per la salute e i diritti umani, nella maggior parte dei paesi, anche europei, esistono e la legislazione non le proibisce né le sanziona.

Le terapie di conversione affondano le loro radici e sviluppo in un periodo storico in cui l’omosessualità era classificata come malattia mentale o come il risultato di traumi, relazioni familiari problematiche o “errori” nello sviluppo affettivo. Questa visione influenzò profondamente la psichiatria e la psicologia del Novecento, portando alla diffusione di trattamenti che promettevano di “correggere” l’orientamento sessuale partendo quindi dal presupposto che vi era un comportamento da correggere o da curare.

Già nel 1973, l’American Psychiatric Association decise di rimuovere l’omosessualità dal DSM, il manuale diagnostico dei disturbi mentali. Negli anni successivi anche altre istituzioni scientifiche, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno riconosciuto che l’orientamento sessuale non è una patologia e che non necessita di cure.

Le organizzazioni sanitarie internazionali affermano infatti che queste pratiche, oltre a non avere alcuna evidenza scientifica, proprio per mancanza di una patologia da curare, possono invece causare gravi danni psicologici, come depressione, ansia, senso di colpa, perdita di autostima e in molti casi aumentano il rischio di suicidio.

Ciononostante, alcune organizzazioni, in particolar modo quelle di carattere religioso, hanno continuato a promuovere pratiche per “cambiare” l’orientamento sessuale o “ricondurre” la persona ad un genere “cis” basandosi sull’idea che l’omosessualità sia un comportamento appreso con il tempo o che si sia sviluppato come condizionamento generato da alcuni ambienti sociali o da politiche di inclusione.

In passato erano comuni le terapie aversive: terapie basate su input negativi forniti al paziente a seguito del verificarsi di comportamenti “indesiderati”. Molto comune tra i metodi, l’uso dell’elettroshock o di farmaci il cui obiettivo era quello di provocare un forte rifiuto, in base alla reazione del “paziente” di fronte a immagini omoerotiche. Anche qualora queste pratiche non prevedessero una violenza fisica, esercitano sempre una forte pressione emotiva e causano gravi sensi di colpa, vergogna e rifiuto di sé fino a conseguenze molto gravi come il suicidio.

Oggi queste terapie di conversione non si presentano esplicitamente come terapie riparative dell’omosessualità o dell’identità sessuale, bensì come aiuto a ritrovare la “felicità perduta” attraverso consulenze psicologiche o cammini di fede. Gli effetti rimangono egualmente gravi e devastanti per la persona: depressione, ansia, suicidio. L’inevitabile lettura, quindi, è che tutt’oggi resiste in modo consistente il presupposto che esista nella persona queer un comportamento da correggere o da guarire perché sbagliato.

Secondo varie ricerche europee, una persona queer su quattro sarebbe stata sottoposta a qualche forma di “conversione” durante la sua vita.

Molti ex partecipanti, vittime di questi “percorsi” raccontano di terapie durate molti anni in cui equipe di presunti esperti, professionisti e religiosi li avrebbero aiutati a convertirsi all’eterosessualità forzandoli a mantenere comportamenti in aperto contrasto con il proprio essere naturale e con conseguenti risultati fallimentari. La ragione di questi fallimenti, secondo i resoconti dei responsabili delle terapie, viene sempre attribuita al “paziente” che, non essendosi impegnato abbastanza o non avendo pregato nel modo corretto, non è potuto guarire.

Negli ultimi anni, alcuni Paesi hanno introdotto leggi che vietano le terapie di conversione.

La Spagna, che da 20 anni conta su una legislazione molto avanzata nella protezione e promozione dei diritti LGBTIQ+, anche in questo tema si è posizionata all’avanguardia grazie ad una legge molto completa: la “ley 4/2023 para la igualdad real y efectiva de las personas trans y LGTBI” (legge 4/2023 per l’uguaglianza reale ed effettiva delle persone trans ed LGBTI) prevede infatti la proibizione delle terapie di conversione su tutto il territorio nazionale, considerandole una violazione dei diritti delle persone queer e prevedendo sanzioni amministrative (multe) per chi le pratica o promuove.

Con il proposito di raggiungere una sempre maggiore uguaglianza, lo scorso anno il “Congreso” (il Parlamento nazionale), su proposta del deputato socialista Victor Gutierrez, molto attivo nella difesa e promozione dei diritti LGBTIQ+, si è spinto oltre iniziando la discussione sulla riforma del Codice Penale affinché dalla proibizione con pene pecuniarie si passi a un delitto penale assimilato a violenza o tortura con pene da 6 mesi a 2 anni di carcere.

Oltre alla Spagna, attualmente sono otto i paesi europei che hanno promosso leggi per un divieto delle terapie di conversione: Belgio, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Malta, Portogallo. Una lista di paesi in cui, ahimè, non sorprende non vedere l’Italia.

Il nostro Paese di fatto non contempla alcuna legislazione in merito; pertanto, non è previsto nessun divieto specifico per le terapie di conversione e tantomeno sanzioni; resta soltanto la possibilità di un percorso giudiziario motivato da reati come truffa, abuso o maltrattamento psicologico.

Va comunque ricordato il tentativo di normare la questione attraverso uno dei punti del DDL Zan che, però, non è passato. Ricordiamo invece i vergognosi festeggiamenti dai banchi delle destre nell’aula di Montecitorio, che oltre ad avere dipinto l’Italia agli occhi del mondo come un Paese retrogrado, hanno di fatto legittimato qualsiasi espressione LGBTfobica.

In ambito europeo, le istituzioni comunitarie stanno lavorando ad una raccomandazione per portare i governi nazionali ad affrontare il tema, tuttavia, la maggioranza di Bruxelles, anch’essa fortemente spostata a destra, rende difficile ogni progresso, anche in un caso come questo, che non prevederebbe alcun obbligo di ratifica nazionale.

D’altro canto, la cittadinanza europea, sempre più sensibile ad una maggiore uguaglianza e inclusione, tramite un’iniziativa popolare ha raccolto nei 27 paesi, più di un milione di firme per chiedere una legge che proibisca queste terapie. Il percorso è ancora lungo e in salita, ma la società evidentemente sta cambiando e la politica ha la responsabilità ed il dovere di fornire risposte, protezione, diritti.

Nonostante l’innegabile cambio culturale in atto, e nonostante le diverse proposte dei legislatori nazionali ed europei, la politica continua a soffrire delle spinte conservatrici e religiose con il risultato di rallentare la sua azione legislativa a tutela della comunità queer.

La sofferenza di chi si trova ad affrontare una terapia di conversione e le tragiche conseguenze che ne possono derivare, non permettono altre attese. È pertanto fondamentale agire su un altro fronte: creare una coscienza collettiva affinché, tanto le persone LGBTIQ+, così come coloro che non ne fanno parte, capiscano che le terapie di conversione lungi dal rappresentare la soluzione ad un problema, sono piuttosto il vero problema, gravissimo e da risolvere con urgenza.

Il percorso è ancora una volta quello della maggiore visibilità: le istituzioni devono garantire piena eguaglianza tra le persone, e per farlo, devono essere colmate tutte le differenze normative, partendo dal pieno riconoscimento del matrimonio egualitario e dalla possibilità di adozione anche per le famiglie omogenitoriali. Ma il lavoro deve comprendere anche l’educazione, in particolare quella sesso-affettiva, che l’attuale governo sta osteggiando con ogni mezzo, così come un percorso di transizione per le persone che non si identificano nel loro genere sessuale. Ma questo percorso dev’essere alimentato da un maggiore attivismo capace di farsi portatore delle istanze della comunità queer: è necessario quindi raggiungere ancora più consenso sociale e reclamare spazio pubblico di visibilità per la comunità. E infine, noi, le singole persone, dobbiamo sentirci i primi portatori della nostra diversità: questo è un lavoro che dobbiamo svolgere ogni giorno con le persone che ci stanno accanto, colleghi, amici, familiari. Permetteremo così di creare un sistema che si alimenta e si rafforza in modo continuo.

Le terapie di conversione costituiscono una grave violazione dei diritti umani ed alimentano la convinzione che essere queer sia un qualcosa di sbagliato. Serve quindi un impegno concreto da parte di tutti gli attori sociali: servono leggi che le vietino, serve educazione che promuova rispetto e inclusione, ma serve soprattutto un cambiamento culturale e questo non può che partire da ciascuno di noi.

¿Cambio de divisas o cambio cultural?

¿Por qué existen terapias para “curar” la orientación sexual o la identidad de género y cuál es la verdadera “conversión” cultural capaz de garantizar una inclusión y una igualdad reales de las personas LGTBIQ+?

Convertir de y convertir en… podemos convertir una moneda nacional o podemos convertirnos a una religión o a una creencia. Cuando hablamos de conversión lo hacemos para referirnos a algo en lo que ya no creemos o a algo que ya no nos sirve, o bien a la conversión de algo erróneo en algo que puede ser más útil, más justo, más correcto.

La existencia de terapias de conversión que prometen “arreglar” la orientación sexual o la identidad de género nos interpela sobre la sociedad de la que formamos parte y sobre las instituciones que nos representan, porque revela la idea de que ser homosexual o persona trans no es algo útil para la sociedad. La propia existencia de estas terapias deriva de la permisividad de considerar y afirmar que ser una persona queer es algo equivocado y, por tanto, algo que debe curarse.

Las terapias de conversión (también conocidas como “terapias reparativas”) son prácticas que tienen como objetivo cambiar o suprimir la orientación sexual o la identidad de género de una persona, intentando llevarla hacia una orientación heterosexual o una identidad cisgénero. A pesar de que estas prácticas están ampliamente condenadas por la comunidad científica y por los principales organismos internacionales de salud y derechos humanos, en la mayoría de los países, incluidos muchos europeos, siguen existiendo y la legislación no las prohíbe ni las sanciona.

Las terapias de conversión tienen sus raíces y desarrollo en un período histórico en el que la homosexualidad era clasificada como una enfermedad mental o como el resultado de traumas, relaciones familiares problemáticas o “errores” en el desarrollo afectivo. Esta visión influyó profundamente en la psiquiatría y la psicología del siglo XX, dando lugar a la difusión de tratamientos que prometían “corregir” la orientación sexual, partiendo del supuesto de que existía un comportamiento que debía corregirse o curarse.

Ya en 1973, la Asociación Americana de Psiquiatría decidió eliminar la homosexualidad del DSM, el manual diagnóstico de los trastornos mentales. En los años siguientes, otras instituciones científicas, entre ellas la Organización Mundial de la Salud, también reconocieron que la orientación sexual no es una patología y que no requiere tratamiento.

Las organizaciones sanitarias internacionales afirman que estas prácticas, además de no tener ninguna base científica —precisamente por la inexistencia de una patología que tratar—, pueden causar graves daños psicológicos, como depresión, ansiedad, sentimientos de culpa, pérdida de autoestima y, en muchos casos, incluso riesgo de suicidio.

A pesar de ello, algunas organizaciones, especialmente las de carácter religioso, han seguido promoviendo prácticas para “cambiar” la orientación sexual o “reconducir” a un género “cis”, basándose en la idea de que la homosexualidad o la identidad trans derivan de un comportamiento aprendido con el tiempo o son el resultado de condicionamientos generados por determinados entornos sociales o políticas de inclusión.

En el pasado eran comunes las terapias aversivas: tratamientos basados en estímulos negativos proporcionados al paciente cuando se producían comportamientos “indeseados”. Entre los métodos más habituales estaba el uso de electroshock o de fármacos con el objetivo de provocar náuseas en función de la reacción del “paciente” ante imágenes homoeróticas. Incluso cuando estas prácticas no implicaban violencia física, ejercían una presión emocional tan fuerte que derivaba en graves sentimientos de culpa, vergüenza y rechazo de uno mismo, llegando en algunos casos a consecuencias muy graves como el suicidio.

Hoy en día, estas terapias de conversión no se presentan explícitamente como terapias reparativas de la homosexualidad o de la identidad sexual, sino como una ayuda para recuperar la “felicidad perdida” a través de asesoramiento psicológico o caminos de fe. Los efectos siguen siendo igualmente graves y devastadores para la persona: depresión, ansiedad y suicidio. La conclusión inevitable es que todavía persiste con fuerza la idea de que en la persona queer existe un comportamiento que debe corregirse o curarse por ser erróneo.

Según diversas investigaciones europeas, una de cada cuatro personas habría sido sometida a algún tipo de “conversión” a lo largo de su vida.

Muchos ex participantes, víctimas de estos “procesos”, relatan terapias que duraron muchos años, en las que equipos de supuestos expertos, profesionales y religiosos les habrían ayudado a convertirse a la heterosexualidad, obligándoles a mantener comportamientos claramente no naturales ni propios de las personas “en tratamiento”, con resultados fallidos. Sin embargo, la responsabilidad del fracaso, los promotores de estas terapias la atribuyen siempre al “paciente”, que supuestamente no se esforzó lo suficiente o no rezó de la manera correcta.

En los últimos años, algunos países han introducido leyes que prohíben las terapias de conversión.

España, que desde hace 20 años cuenta con una legislación muy avanzada en la protección y promoción de los derechos LGBTIQ+, también se ha situado a la vanguardia en este ámbito gracias a una ley muy completa: la «Ley 4/2023 para la igualdad real y efectiva de las personas trans y LGTBI» establece la prohibición de las terapias de conversión en todo el territorio nacional, considerándolas una violación de los derechos de las personas queer y estableciendo sanciones administrativas (multas) para quienes las practiquen o promuevan.

Con el objetivo de promover una mayor igualdad, el pasado año el Congreso, a propuesta del diputado socialista Víctor Gutiérrez —muy activo en la defensa y promoción de los derechos LGBTIQ+—, fue más allá iniciando el debate sobre la reforma del Código Penal para que estas prácticas pasen de ser sancionadas económicamente a constituir un delito penal equiparable a la violencia o la tortura, con penas de 6 meses a 2 años de prisión.

Además de España, actualmente son ocho los países europeos que han legislado para prohibir las terapias de conversión: Bélgica, Chipre, Francia, Alemania, Grecia, Malta y Portugal. Una lista en la que, por desgracia, no sorprende no encontrar a Italia.

Italia, de hecho, no contempla ninguna legislación al respecto: no existe una prohibición específica de las terapias de conversión ni sanciones; solo cabe la posibilidad de recurrir a la vía judicial por delitos como estafa, abuso o maltrato psicológico.

Cabe recordar, no obstante, el intento de regular esta cuestión a través de uno de los puntos del proyecto de ley Zan -que no fue aprobado- así como los vergonzosos aplausos desde los escaños de la derecha en el Parlamento, que además de proyectar una imagen de Italia como un país retrógrado, legitimaron de hecho cualquier expresión de LGTBIfobia.

En el ámbito europeo, las instituciones comunitarias están trabajando en una recomendación para instar a los gobiernos nacionales a abordar este tema. Sin embargo, la mayoría en Bruselas, también fuertemente inclinada hacia la derecha, dificulta cualquier avance, incluso en un caso como este, que no implicaría obligación de ratificación nacional.

Por otro lado, la ciudadanía europea, cada vez más sensibilizada con la igualdad y la inclusión, ha recogido, a través de una iniciativa popular, más de un millón de firmas en los 27 países para pedir una ley que prohíba estas terapias. El camino sigue siendo largo y difícil, pero la sociedad está cambiando y la política tiene la responsabilidad y el deber de ofrecer respuestas, protección y derechos.

A pesar del innegable cambio cultural en marcha y de las diversas propuestas legislativas a nivel nacional y europeo, la política sigue viéndose frenada por presiones conservadoras y religiosas, lo que ralentiza su acción en la protección de la comunidad queer.

El sufrimiento de quienes se enfrentan a terapias de conversión y sus trágicas consecuencias no pueden esperar, por lo que es fundamental actuar también en otro frente: crear una conciencia colectiva en la que tanto las personas LGBTIQ+ como quienes no forman parte de este colectivo no vean en estas terapias la solución a un problema, precisamente porque no existe ningún problema que resolver.

El camino pasa, una vez más, por una mayor visibilidad: las instituciones deben garantizar la plena igualdad entre las personas y, para ello, deben eliminarse todas las diferencias normativas, empezando por el pleno reconocimiento del matrimonio igualitario y el derecho a la adopción para las familias homoparentales. Pero el trabajo también debe incluir la educación, en particular la educación afectivo-sexual, que el actual gobierno italiano está obstaculizando por todos los medios, así como un acompañamiento adecuado en los procesos de transición de las personas que no se identifican con su género.

Este proceso debe ir acompañado de un mayor activismo que represente las demandas de la comunidad queer: es necesario lograr un mayor consenso social y reclamar espacio público y visibilidad. Y, finalmente, cada uno de nosotros debe asumirse como portador de su propia diversidad: es un trabajo cotidiano que debemos realizar con quienes nos rodean —compañeros, amigos, familiares—, contribuyendo así a crear un sistema que se refuerce continuamente.

Las terapias de conversión constituyen una grave violación de los derechos humanos y alimentan la creencia de que ser queer es algo incorrecto. Se requiere, por tanto, un compromiso real de todos los actores sociales: hacen falta leyes que las prohíban, educación que promueva el respeto y la inclusión, pero, sobre todo, un cambio cultural que solo puede comenzar en cada uno de nosotros.


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