Ferrer leone in campo e fuori: “La Serie A, poi la malattia. Ho vinto grazie a Spezia”
Con la maglia dello Spezia Salva Ferrer ha collezionato 90 presenze e soprattutto la storica promozione in A
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La Spezia, 12 marzo 2026 – La storica promozione in Serie A e le salvezze, la battaglia contro il linfoma di Hodgkin, il ritorno al Picco tra gli applausi. Tra Salva Ferrer, lo Spezia (90 le presenze totali, 80 in campionato tra A e B) e la città, si è creato negli anni un legame profondo. Il 3 febbraio il difensore spagnolo, a soli 28 anni, ha dichiarato sui social di lasciare il calcio giocato a causa dei cronici problemi all’anca.
Che sensazione ha prevalso dopo l’annuncio?
“All’inizio non riesci neanche a credere di dover prendere una decisione così. Sono una persona molto positiva e ho sempre pensato che ce l’avrei fatta. Però sono arrivato a un punto in cui davvero non riuscivo più. Ci stavo provando tantissimo, andando sopra il forte dolore, continuando ad allenarmi e a spingere perfino quando il corpo mi diceva altro. Per un verso adesso mi sento tranquillo, come se mi fossi tolto una grande pressione. Dall’altra parte sarà tosto, nei prossimi anni, vedere calciatori della mia età che continuano a giocare e io ad aver smesso così giovane”.
Nel messaggio di addio ha scritto: ’Non leggete queste parole con pena o tristezza’. Da dove nasce questa forza?
“Dal fatto che non abbia senso soffrire per cose che non possiamo controllare. Ovviamente non è facile ragionare sempre così e non è che non pensi mai a quello che non farò più, cioè giocare a calcio. Però quando riesco a osservarla con lucidità, capisco che occorra adattarsi a quello che succede e tentare di andare avanti con quello che la vita ti mette di fronte”.
Cosa significa affrontare il ritiro dopo aver già vinto una battaglia molto più importante, quella contro il linfoma?
“Devo ringraziare la vita e la medicina per aver superato una cosa del genere. Un linfoma non è una cosa semplice e il fatto di essere qui oggi, vivo e guarito, è ciò che più conta. È ovvio che un po’ di rabbia ci sia: aver sofferto di quella malattia, ha fatto sì che il problema all’anca diventasse davvero grave”.
La malattia nel 2023 ha mutato la sua quotidianità: cosa le ha insegnato?
“Sicuramente a ponderare le cose. Valutare la salute, lo stare bene semplicemente, il fatto di non essere nel mezzo di un trattamento come la chemio. A volte non sfruttiamo i momenti della vita come si meritano. Invece c’è bellezza pure negli attimi più brutti e bisogna ambire a trovarla. E occorre ringraziare per avere una famiglia, una vita di qualità, vivere in una società dove non ci manca nulla”.
Chi l’ha aiutata di più a non mollare?
“La mia famiglia è stata la mia forza. Mi hanno trattato come una persona normale, non come un malato. Era quello che volevo davvero. Mio padre mi ha sempre insegnato a dare il massimo in ogni situazione, l’esempio nel calcio è stato Maldini non Ronaldinho. Anche la mia fidanzata, Nerea (presto moglie, è un medico, ndr), fin dall’inizio mi ha fatto sentire che ce l’avrei fatta, come se fosse sicura al cento per cento. E probabilmente soffriva ben più di me, insieme ai miei genitori”.
Quanto è stato concreto il sostegno dei tifosi dello Spezia?
“Mi hanno dato una forza incredibile, facendomi sentire quasi come un loro figlio. Quando sono tornato a Spezia, dopo la malattia, ho avvertito un affetto enorme: allo stadio, agli allenamenti, in città. Non potrei avere immaginato un ritorno migliore. Resterà scolpito nel mio cuore tutta la vita”.
Accolto dall’ovazione dello stadio al rientro in campo lo scorso 14 maggio. Emozionato?
“Lo avevo immaginato mille volte. Era quasi un’ossessione dimostrare che potevo tornare a giocare, sebbene avessi già diversi dolori. Già mentre mi riscaldavo percepivo un calore speciale. Poi l’abbraccio con i compagni, Vignali, Hristov, Bandinelli, Cassata, e l’affetto della curva: un momento perfetto”.
Spezia quanto l’ha cambiata, come persona, prima ancora che come calciatore?
“Sono arrivato qui bambino e sono diventato uomo. Ho vissuto alcune delle felicità più grandi della mia carriera. Mi sento spezzino e credo che questa cosa non andrà mai via. Anche adesso, quando non sono lì, sento sempre voglia di tornare a salutare gli amici e tutta la gente”.
Il ricordo più vivo della promozione in Serie A?
“L’immagine che mi rimane impressa è quella sul pullman dopo la finale. Una sensazione di estasi totale. Non riuscivi a toglierti il sorriso dalla faccia, perché avevamo compiuto qualcosa di straordinario, che rimarrà nella storia del club”.
Ha mai pensato a come sarebbe stata la sua carriera senza la malattia?
“Sì, certo. Quando a 22 anni sei in Serie A pensi di avere all’orizzonte una lunga carriera al top. Però il ‘se’ non esiste. Esiste quello che hai fatto. E io sono orgoglioso di quello che sono riuscito a fare”.
Il futuro sarà ancora nel calcio?
“Sicuramente sì, almeno nel futuro più prossimo. È la mia passione. Non so ancora in quale ruolo, ma penso in uno staff tecnico, perché voglio imparare ancora tanto da chi ha più esperienza. Non negli uffici, ma vicino al verde del campo”.
A sublimare la connessione, il 12 aprile sarà al Picco per entrare nella Hall of Fame dello Spezia...
“È l’onore più grande che puoi avere dopo aver indossato la maglia degli aquilotti. Credo che riconosca l’attaccamento e i valori con cui ho difeso lo Spezia. E questo mi rimarrà per sempre”.
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