Il ‘Cammino’ di Camilla: “Sono partita per babbo ma sono arrivata per mio figlio Tulio”
“Sono partita il 2 marzo, il giorno in cui nel 2013 è morto mio padre Tullio”, racconta Camilla Marzucchi. “Una chiamata spirituale fare il Cammino di Santiago”, dice
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Siena, 4 aprile 2026 – “Stordita. Frastornata per l’emozione di essere arrivata. Una sensazione, che secondo la mia esperienza personale, ha il sapore della vittoria del Palio...”, ammette Camilla Marzucchi appena giunta Santiago de Compostela. “Spiego meglio. Un’emozione pari al senso di liberazione che ho provato, nel 2009, dopo tanti anni di digiuno, la prima volta che l’ho vista vincere. Liberata da un peso infinito. Completare gli 800 chilometri è prima di tutto un percorso dentro di te ancora prima che un cammino”, chiarisce Camilla, 44 anni, imprenditrice senese.
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Restiamo in tema: ha portato dietro il fazzoletto della sua Civetta, magari per chiedere un aiuto per la Contrada?
“Non ho chiesto niente, no. Mi sono messa il fazzoletto perché per noi senesi è qualcosa di imprescindibile l’appartenenza. L’ho tirato fuori a Sarria in quanto mancavano cento chilometri, ero sicura a quel punto che ce l’avrei fatta”.
Certa di concludere il percorso fin dall’inizio?
“Lo sapevo da subito, avevo il primo ’cavallo’ di Piazza, ossia me stessa. Nelle prime settimane le gambe mi reggevano, non ho avuto particolari problemi di vesciche. Solo un principio di fascite plantare risolta non camminando il giorno dopo e prendendo un farmaco. Se ti conosci sai quando sei stanca e devi fermarti, le strutture non mancano. Anche perché il cammino non ha una scadenza. E’ una chiamata spirituale, puoi non essere cattolica praticante, tuttavia si avverte un moto interiore”.
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Perché partire proprio adesso?
“In realtà da tanto tempo desideravo fare il Cammino. Oltre al fatto che eravamo in un momento di bassa stagione, mi è venuto in mente babbo Tullio scomparso il 2 marzo di 13 anni fa. Un periodo di tempo in cui ho avuto tanti problemi, anche delle gioie. Mi sono detta ’per la mamma sono andata a piedi fino a Triora, a te babbo ti porto a Santiago’. Volevo fargli vedere che sono diventata una donna matura. Sono partita proprio il 2 marzo”.
In che modo l’ha portato con lei?
“Il suo desiderio era di essere cremato e le ceneri sparpagliate. Non potendo portarle con me, ho preso una foto ricordando la frase di un amico ’Tuo padre è stato capace di avvicinare l’orizzonte a Siena’. E’ per questo che il giorno di Pasqua la lascerò a Finisterre”.
Quale è stato il momento più bello?
“Quello in cui ho finalmente abbracciato la statua del Santo, di Giacomo. Ho pianto tutto il tempo”.
Quello invece più brutto?
“In realtà ho vissuto gli 800 chilometri con spensieratezza. Mi ha solo dato fastidio il fatto che molti, specie gli spagnoli, partivano da Sarria, gli ultimi 100 chilometri. Ci vedevo la scampagnata, non più il sentimento di un pellegrinaggio diverso”.
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Quando rientra Camilla a Siena?
“Non ho ancora prenotato il volo, devo arrivare a Finisterre. Sono partita per Tullio Marzucchi ma sono arrivata anche per Tulio, mio figlio”.
“E’ rimasto con il suo babbo, lo ringrazio per avermi consentito questo percorso di vita. Ho reso sempre partecipe il bambino perché desideravo che facesse il Cammino insieme a me, che sua mamma gli desse il buon esempio. Insomma, se la madre è stata capace di arrivare lontano Tulio potrà essere l’uomo che vorrà e potrà giungere ovunque desidera. E se qualcuno gli dice che non ce la fa non deve ascoltarlo, i limiti sono nella nostra testa. Grata inoltre alla sua insegnante Claudia Boschi che mi ha sostenuto in questo progetto educativo aiutandomi durante le mattinate a scuola a renderlo partecipe con fotografie o video che potevo inviare alla maestra. E’ stata fondamentale”.
Sveliamo un retroscena di questi 800 chilometri.
“A 530 dalla partenza, si trova la Cruz de Hierro, uno dei luoghi più importanti del Cammino. Di solito si lascia un sasso portato da casa che rappresenta la liberazione metaforica. Qui ho lasciato dei portachiavi con la foto di mio figlio e lo stemma della Civetta, entrambi con amore, dicendo una preghiera. Per mio figlio affinché lo guardi, per la Civetta perché si vada d’accordo e che ci si voglia bene come fratelli in Contrada”.
Da operatrice turistica, la Francigena andrebbe sfruttata diversamente, visto il Cammino di Santiago?
“Sarebbe una risorsa ma non solo su Siena quanto nell’ambito di un progetto italiano. L’albergo per il pellegrino non toglie lavoro alle strutture ricettive, coesistono in armonia. Siena potrebbe vivere anche di questo tipo di turismo”.
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