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Strage di Suviana, due anni dopo. Il dolore della famiglia D’Andrea: “Ale era la nostra vita, continuate a indagare”

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13.04.2026

Alessandro D’Andrea aveva 36 anni. Qui è con la sua compagna Sara, rimasta sola e senza indennizzo

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Forcoli (Pisa), 13 aprile 2026 – “Lui era l’altra metà della mia anima. A volte non c’era bisogno neanche di parlare, bastava uno sguardo e ci capivamo. Con Ale stavamo assieme da tutta la vita. Ale era la mia vita”. È in lacrime, Sara, la voce rotta da una commozione troppo forte, impossibile da nascondere anche se dal lutto sono passati già due anni: tanto è trascorso da quella che è entrata nella storia come la strage di Suviana. Il 9 aprile 2024 in seguito a un’esplosione alla centrale idroelettrica Enel Green Power di Bargi persero la vita sette persone, tra cui Alessandro D’Andrea, 36 anni, originario di Forcoli (Pisa) e residente a Milano con la compagna Sara Bianco.

Il risarcimento negato

Venerdì è arrivata la notizia che il tribunale di Milano ha rigettato la richiesta di un risarcimento alla convivente, in quanto non erano sposati. Zero euro, anche se Sara e Alessandro convivevano da 12 anni. Ieri, la commemomorazione a Suviana, in ricordo delle vittime. E oggi, dopo 24 mesi senza risposte, i famigliari di D’Andrea, assistiti dall’avvocato Gabriele Bordoni, chiedono verità e giustizia.

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“Con Ale siamo cresciuti insieme, siamo stati insieme più di 16 anni – racconta Sara –. Ci siamo trasferiti nel 2012 a Milano. E da lì abbiamo vissuto sempre insieme. Abbiamo comprato casa. Il nostro futuro era lì. Dicevamo di stabilizzarci, il matrimonio sarebbe arrivato, era uno dei nostri progetti. Non subito, ma lo faremo, dicevamo. Noi abbiamo basato tutta la nostra relazione sul rispetto, sulla fedeltà, sull’amore, sull’aiuto reciproco, sulla solidarietà. Noi eravamo una famiglia a prescindere – dice Sara, in lacrime –. C’è la famiglia in cui nasci e la famiglia che ti scegli. Noi eravamo la famiglia che ci eravamo scelti. E ogni giorno continuavamo a sceglierci, tutti i giorni. Sempre”.

"Per me è come se fosse ancora in trasferta”

“Forse non mi crederete – si commuove Carla, la mamma di Alessandro – ma per me a volte è come se fosse ancora in trasferta. Eravamo in un periodo di festa, avevamo un matrimonio in programma in famiglia. Arriva la telefonata di Sara e invece di parlarmi dei confetti mi dice: ‘Carla, non trovano Alessandro’. Ti casca il mondo addosso, ti fai cento domande. Tutto finisce in un minuto, ma nemmeno, frazioni di secondi, passi dalla vita alla morte assieme a lui. Ti devi reinventare. A volte mi chiedono: ‘Come stai Carla?’ Io non sto. Io sopravvivo. Questa è la realtà per una mamma, una mamma sopravvive. Ci sono le gioie, , ho una nipotina, ho una nuora (Sara) alla quale voglio bene come se fosse mia figlia, è una delle mie bimbe. Però poi mi giro di là e Alessandro non c’è. E perché? Questo perché, ora che sono due anni, forse sarebbe il caso di poter cominciare a capirlo”.

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La ricerca delle risposte

“Vorremmo che ci dessero risposte – le parole del papà, Daniele –. Cos’è successo? Come mai? Alessandro era scrupoloso, come gli altri suoi colleghi. Lì qualcosa è andato storto. Ma a distanza di due anni ancora non sappiamo niente. Tutto tace come se le vite umane non contassero nulla. Solo numeri e basta. Questo mi logora dentro. E poi, Alessandro era un vulcano, con me veniva a caccia, a tartufi, in campagna con gli ulivi, le mie passioni erano anche le sue. Ci manca, ci pensiamo tutti i giorni”. Ieri la commemorazione delle vittime. “Il lago dà un’idea di pace – dice la sorella, Federica –. Ma c’è questo contrasto tra la pace e il caos, perché io di quella centrale ho il ricordo dell’odore del fumo, di non avere contezza di tutto ciò che stava succedendo, nell’emergenza. Ed è come se fosse rimasto tutto fermo, come allora. Mio fratello – anche lei si commuove – era un uragano. Un uragano di sapere, di bontà. Aveva una generosità esagerata, si donava agli altri”. Non potere avere risposte “è qualcosa di inaccettabile – sottolinea Bordoni –. Una vicenda come questa merita chiarezza, non può rimanere ombreggiata”, non vanno lasciati “dei punti interrogativi che sarebbero di estremo dolore per i familiari di chi non c’è più e per un’intera società, perché può essere qualcosa che si ripresentare. Ma non sia uno scontro tra bene e male, fra il giusto e il torto, ma una ricerca coesa, leale, profonda della verità. Noi tendiamo a quel risultato”.

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