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Anatomia dell’operazione Salis

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C’è un elemento tutt’altro che secondario che incrina la narrazione della presunta “novità” incarnata dal sindaco di Genova, Silvia Salis: osservata da vicino, la sua ascesa appare poco o per nulla spontanea.

Viene raccontata come il prodotto di un civismo fresco, di una leadership che emergerebbe quasi naturalmente dalle pieghe della società. Ma, mettendo in fila fatti, relazioni e convergenze, il quadro cambia radicalmente: non un fenomeno nato dal basso, bensì una costruzione politica accurata, guidata da registi esperti e tutt’altro che nuovi.

Al centro di questa operazione si intravede con chiarezza la regia di Matteo Renzi, affiancato da due figure chiave della lunga stagione del centrosinistra italiano: Dario Franceschini e Goffredo Bettini. Non esattamente volti di rottura, ma architetti consumati di equilibri, correnti e operazioni di lungo periodo.

L’idea di fondo non sembra essere la semplice promozione di una nuova figura, ma qualcosa di più ambizioso: costruire un contenitore politico rinnovato nell’immagine, ma profondamente radicato nelle stesse logiche di sempre. Una classica operazione gattopardesca, in cui tutto cambia affinché nulla cambi davvero.

In questo schema, Silvia Salis diventa il volto presentabile di un progetto che non può permettersi di mostrarsi per ciò che è. Non perché manchino qualità personali, ma perché la sua funzione appare chiaramente quella di “schermo”: una figura sufficientemente neutra, comunicativamente efficace, capace di tenere insieme mondi diversi senza evocare immediatamente le divisioni del passato.

Dietro, però, si muove una rete ben riconoscibile. Renzi porta la visione strategica e la capacità di intervento nei momenti di fragilità degli avversari. Franceschini garantisce il radicamento dentro il Partito Democratico e la continuità con le sue strutture più profonde. Bettini svolge il ruolo di tessitore, collegando amministratori locali, aree civiche e pezzi di establishment politico.

Non è una convergenza casuale. È un disegno.

La stessa costruzione dell’immagine “civica” della Salis, se letta alla luce delle relazioni mediatiche e comunicative evidenziate, perde gran parte della sua aura di spontaneità. Quando una leadership nasce già inserita in un ecosistema che comprende consulenti esperti, sponde mediatiche e reti amministrative organizzate, è difficile parlare di fenomeno naturale. Siamo piuttosto davanti a un prodotto politico confezionato con cura.

E qui emerge il punto più rilevante: la narrazione della novità non è solo esagerata, è funzionale. Serve a nascondere i veri protagonisti dell’operazione, che appartengono a una stagione politica tutt’altro che superata. Serve a rendere digeribile un progetto di ricomposizione centrista che, se presentato apertamente, incontrerebbe resistenze sia a sinistra sia tra gli elettori più diffidenti verso operazioni di palazzo.

In questo senso, l’operazione Salis appare come il primo passo di una strategia più ampia: svuotare progressivamente il cosiddetto “campo largo”, logorarne le leadership esistenti − da Elly Schlein a Giuseppe Conte − e creare le condizioni per una nuova aggregazione politica, più centrista, più controllabile, più compatibile con una certa idea di governance.

Non una rivoluzione, dunque. Una restaurazione.

Il paradosso è che questa operazione viene proposta come risposta alla crisi della politica tradizionale, mentre ne rappresenta, nei fatti, una prosecuzione sotto altre forme. Cambiano i volti, si aggiornano i linguaggi, si affinano le tecniche comunicative. Ma la logica resta quella di sempre: costruire consenso attraverso equilibri interni, reti di potere e narrazioni calibrate.

Per questo il tema non è se Silvia Salis sia o meno adeguata al ruolo. Il punto è capire cosa rappresenta davvero.

Se sia l’inizio di una fase nuova oppure il volto nuovo di un sistema che, ancora una volta, prova a reinventarsi senza mai mettersi realmente in discussione.

Aggiornato il 21 aprile 2026 alle ore 10:19


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