Il podio non è neutrale
Ogni volta che si discute dell’esclusione degli atleti russi dalle competizioni internazionali, riemerge puntualmente la stessa obiezione: gli sportivi non sarebbero responsabili delle decisioni di Vladimir Putin e non dovrebbero pagare per una guerra sulla quale non hanno alcun controllo. Il ragionamento potrebbe apparire convincente se applicato a una normale democrazia, nella quale le federazioni sportive operano autonomamente e gli atleti sono liberi di prendere le distanze dal governo. Applicato alla Russia, però, ignora deliberatamente la natura del sistema sportivo costruito dal Cremlino. In Russia lo sport professionistico non è semplicemente un’attività civile finanziata da sponsor e società private. È parte integrante dell’apparato statale. Molti atleti ricevono stipendi pubblici, appartengono a club legati alle Forze armate o agli organismi di sicurezza e, in alcuni casi, possiedono formalmente gradi militari. Il Cska non è una normale società sportiva: il suo nome significa Club sportivo centrale dell’Esercito. La Dynamo nasce invece all’interno dell’apparato di sicurezza sovietico e conserva ancora oggi profondi collegamenti con le strutture dello Stato. Non si tratta soltanto di denominazioni ereditate dal passato, ma di un sistema nel quale lo sport di vertice, le istituzioni militari e il potere politico continuano a sovrapporsi. Secondo il Consiglio d’Europa, gli atleti russi e bielorussi di alto livello ricevono spesso stipendi statali e fanno parte di squadre sportive militari.
Lo stesso organismo ha osservato come qualunque successo ottenuto da questi atleti possa essere facilmente trasformato dalla propaganda russa in una dimostrazione della forza e della legittimità del regime. Parlare indistintamente di “atleti civili”, quindi, significa applicare alla Russia........
