La gerarchia delle vittime accettabili
Quando George Floyd morì a Minneapolis il 25 maggio 2020 il mondo occidentale ne fu scosso. Nel giro di pochi giorni, le capitali europee furono attraversate da ondate di proteste e disordini, le multinazionali si affrettarono a fare pubblica ammenda per colpe non meglio definite, i Governi iniziarono a rivedere norme e politiche e le grandi istituzioni si piegarono simbolicamente davanti a una nuova dottrina affermatisi senza un vero dibattito pubblico. Tre parole: “I can’t breathe” – (“Non riesco a respirare”), sono diventate la liturgia di un’epoca che aveva finalmente individuato la propria colpa originaria: la supremazia bianca, la repressione poliziesca, l’architettura ereditata dall’Occidente. Si potevano condividere o contestare le conclusioni tratte dalla morte di Floyd, ma un fatto rimaneva incontestabile, ossia che George Floyd divenne un’icona planetaria, con il suo nome impresso sui muri di città in tutto il mondo, da Berlino a Sydney. Cinque anni dopo, un adolescente pronunciò parole molto simili mentre moriva dissanguato in una strada inglese. L’omicidio di Henry Nowak non ha rafforzato la narrazione dominante. L’ha messa in discussione. Questa contraddizione, più di qualsiasi fallimento delle forze dell’ordine, spiega perché una morte sia stata capace di innescare un movimento globale, mentre l’altra è stata rapidamente archiviata come un mero inconveniente.
Henry Nowak aveva 18 anni, era uno studente al primo anno di Economia all’Università di Southampton e il primo della sua famiglia a frequentare l’università. Gli amici lo descrivevano come un ragazzo solare, che giocava a calcio in due squadre universitarie e il cui arrivo veniva accolto, come disse un compagno di squadra, con lo stesso entusiasmo mostrato per un goal appena segnato. La notte del 3 dicembre 2025, mentre Nowak stava tornando a casa nel sobborgo di Portswood, il ventitreenne Vickrum Digwa lo colpì cinque volte con un pugnale tradizionale sikh. Un fendente perforò un polmone di Nowak e recise una vena importante. Un altro lo colpì alla parte posteriore delle gambe mentre cercava di scappare. All’arrivo degli agenti, Digwa disse di essere lui la vittima, sostenendo di aver subito “insulti a sfondo razziale” e di essere stato costretto a difendersi. La polizia gli mise le manette, mentre Novak stava morendo dissanguato. Le immagini riprese dalle bodycam degli agenti, diffuse il 1° giugno, giorno della condanna di Digwa, mostrano Nowak a terra che ripete più volte di essere stato accoltellato. A un certo punto, un poliziotto gli risponde: “Non........
