L’Europa artica: l’igloo di Trump
L’antidoto al trumpismo è dunque il metodo Xi Jinping, tipo: “A fool doppio fool!”, in senso shakespeariano? Evidentemente sì. Il “leader maximo” cinese è tutt’altro che un impulsivo, prendendosi in genere il triplo del tempo che impiega uno scacchista a fare una contromossa cruciale. Quando porta l’affondo lo fa in un tombale silenzio preliminare (nessuno dei suoi fedelissimi, cioè, fa dichiarazioni intempestive o si muove autonomamente su di una determinata questione d’interesse nazionale) e, soprattutto, all’apparenza decide (e sicuramente parla) solo lui. Esattamente il contrario di come si comporta l’Europa a 27 quando deve contrapporsi alle decisioni scomode o provocatorie (vedi dazi) di Donald Trump, in cui si assiste puntualmente al triste rito dello scavalco di un leader nei confronti dell’altro (in questo senso il presidente francese Emmanuel Macron è un vero specialista!), senza che il famoso “Board” dei 27 (Consiglio europeo dei capi di Stato e di Governo) abbia veramente affidato a un loro pari il mandato pieno per trattare e/o prendere posizione a nome di tutti. Invece, si punta tutto sulle probabilità che siano le borse (Wall Street, in particolare) a sanzionare le politiche aggressive di Trump sui dazi e sulle ambizioni territoriali dell’America, tipo annessione (sfumata, per il momento) della Groenlandia. Ora, qualsiasi persona di buon senso si chiederebbe che cosa ne pensino di Trump gli elettori americani, che alle elezioni di Midterm di novembre 2026 dovranno rinnovare tutti i seggi della Camera dei rappresentanti e un terzo di quelli del Senato.
Perché delle due cose l’una: o gli elettori democratici condividono con quelli repubblicani l’odio per l’Europa “parassita”, oppure sono ancora sotto choc per la sconfitta subita un anno fa, visto che da nessuna parte in........
