Le preferenze non sono un dettaglio, ma un aspetto importante della rappresentanza politica
Ogni volta che si torna a discutere di legge elettorale, il dibattito si concentra quasi sempre sugli effetti che i diversi sistemi producono sulla governabilità. Si parla di premi di maggioranza, soglie di sbarramento, collegi uninominali, proporzionale, maggioritario. Molto più raramente ci si sofferma su una domanda che precede tutte le altre, ma che è tornata di grande attualità in questi giorni: il cittadino ha il diritto di scegliere soltanto un partito oppure anche le persone che rappresenteranno quel partito in Parlamento?
La Costituzione italiana non offre una risposta esplicita: essa stabilisce che il voto è personale, libero, uguale e segreto e che Camera e Senato sono eletti a suffragio universale e diretto; ma non prescrive che debba necessariamente esistere il voto di preferenza. Da un punto di vista strettamente giuridico, dunque, il legislatore dispone di un ampio margine di scelta.
Ma le Costituzioni non vivono soltanto di norme: vivono anche di principi, di equilibri e di uno spirito che talvolta va oltre la lettera delle disposizioni. In questo senso il tema delle preferenze acquista un significato che supera la tecnica elettorale, perché una democrazia rappresentativa non consiste semplicemente nell’attribuire un certo numero di seggi ai diversi partiti, ma anche nel consentire ai cittadini di contribuire alla selezione della classe dirigente.
Quando l’ordine degli eletti viene deciso integralmente dalle segreterie dei........
