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L’intelligenza artificiale, la formazione del cittadino e le sorti della democrazia

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30.04.2026

Il dibattito pubblico sulle democrazie oscilla da tempo tra due paure solo apparentemente distinte. Da una parte il timore per l’avanzata di sistemi di intelligenza artificiale sempre più pervasivi, capaci di raccogliere dati, orientare consumi, prevedere comportamenti, automatizzare decisioni, persino apprendere e generare tattiche militari imprevedibili in scenari di guerra. Dall’altra la sensazione, meno spettacolare ma non meno insidiosa, che la democrazia stia continuando a esistere nelle forme ma che si stia progressivamente svuotandosi nella sostanza. Elezioni regolari, parlamenti funzionanti, libertà di stampa apparentemente intatta, così come una pluralità di partiti: tutto è ancora presente. Eppure, il potere reale sembra spesso spostarsi altrove, in luoghi meno visibili, meno contendibili, meno controllabili.

L’intelligenza artificiale non rappresenta una minaccia solo perché può pensare da sola o perché un giorno potrebbe ribellarsi ai suoi creatori, come già annunciato da Hal 9000 in 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Il rischio più concreto è assai più terreno e ravvicinato: che gruppi umani, apparati economici, centri geopolitici e burocrazie tecnocratiche utilizzino tali strumenti per rendere il potere più efficiente, più penetrante, più invisibile e perfino più gradito ai governati. La tirannia del futuro, se verrà, difficilmente avrà il volto brutale del passato, e potrebbe piuttosto presentarsi con l’aspetto rassicurante dell’ottimizzazione.

Un algoritmo che decide priorità amministrative, controlli fiscali, valutazioni di rischio, accesso al credito, moderazione dei contenuti, distribuzione dell’informazione o profilazione degli elettori non ha bisogno di imporre nulla apertamente. Gli basta inclinare i percorsi possibili: una piattaforma che conosce desideri, paure, abitudini e fragilità psicologiche di........

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