menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

Il problema del Manifesto di Ventotene

4 7
31.03.2025

Il grande reset e la preparazione alla guerra

Qual è il nucleo del problema del Manifesto di Ventotene? Di per sé il noto passaggio sulla proprietà privata (“La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio”) non è eccessivamente preoccupante. Nel documento l’individualismo e lo spirito imprenditoriale non vengono demonizzati: “Le gigantesche forze di progresso che scaturiscono dall’interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica routinière per trovarsi poi di fronte all'insolubile problema di resuscitare lo spirito d’iniziativa con le differenziazioni nei salari, e con gli altri provvedimenti del genere; quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore opportunità di sviluppo e di impiego, e contemporaneamente vanno consolidati e perfezionati gli argini che le convogliano verso gli obbiettivi di maggiore vantaggio per tutta la collettività”.

Gli autori pensano ad un economia mista, che è la cifra delle democrazie moderne; ed i fini sociali della proprietà privata e dell’iniziativa economica sono contemplati nella Costituzione italiana. La giurisprudenza della Corte costituzionale ha chiarito (ma direi che non può essere altrimenti in qualsiasi ordinamento) che ogni diritto è strutturalmente “limitato” perché entra costantemente in relazione con altri diritti e interessi, con i quali talora confligge e con i quali deve coesistere tramite equi bilanciamenti. Se dunque divisioni possono ben esserci quando si arriva alla concreta individuazione del contenuto e dei rispettivi limiti delle pretese contrapposte, il principio generale di assenza di diritti (quello di proprietà compreso) senza limiti non dovrebbe stupire troppo.

Nemmeno dovrebbe destare scandalo l’idea di un’Europa federale (c’è anche chi legittimamente preferisce una confederazione, come ha proposto di recente Ferdinando Adornato sul Mattino): come è noto già Luigi Einaudi, verso cui gli estensori hanno un debito di riconoscimento, si era espresso in favore del federalismo europeo. E ancora prima questa idea si ritrova in molti illustri studiosi, politici e protagonisti del Risorgimento; uno per tutti Carlo Cattaneo. Un primo segnale di perplessità arriva quando il Manifesto dichiara che l’Europa dovrà essere socialista: “La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita”.

Il socialismo è idea politica nobile e legittima, però non può esaurire l’offerta politica nella società pluralista. Vero è che con il termine “socialismo” gli autori sembrano intendere semplicemente “condizioni umane di vita più umane” per le classi lavoratrici. Vero è che si pensa ad un socialismo liberale, nel quale sono assicurate “libertà di stampa e di associazione per illuminare l’opinione pubblica e dare a tutti i cittadini la possibilità di partecipare effettivamente alla vita dello Stato”. E che sicuramente si è ben distanti gli eccessi ideologici del marxismo e del comunismo sovietico, esplicitamente oggetto di critica, per assumere una predisposizione non dogmatica. Inoltre, come maggiore rassicurazione, nella prefazione di Eugenio Colorni allegata all’edizione del Manifesto del 1944 si legge: “Non siamo un partito politico perché, pur promuovendo attivamente ogni studio riguardante l’assetto istituzionale, economico, sociale della Federazione europea, e pur prendendo parte attiva alla lotta per la sua realizzazione e preoccupandoci di scoprire quali forze potranno agire in favore di essa nella futura congiuntura politica, non vogliamo pronunciarci ufficialmente sui particolari istituzionali, sul grado maggiore o minore di collettivizzazione economica, sul maggiore o minore decentramento amministrativo ecc. ecc., che dovranno caratterizzare il futuro organismo federale. Lasciamo che nel seno del nostro movimento questi problemi vengano ampiamente e liberamente discussi, e che tutte le tendenze politiche, da quella comunista a quella liberale, siano presso di noi rappresentate”. Insomma Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi sembrano dirigere il loro interesse più verso il contenitore che verso il contenuto. Tutto quanto sopra è vero, tuttavia sull’invocazione al socialismo (ripeto: non quale idea politica concorrente ma quale forza........

© L'Opinione delle Libertà