Il caso Alemanno: giustizia a due velocità e dignità politica
Ci sono aspetti profondamente iniqui nella vicenda di Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma ed ex Ministro delle politiche agricole e forestali nei governi Berlusconi II e III, tornato in libertà mercoledì scorso dopo aver trascorso un anno e mezzo nel carcere di Rebibbia per traffico di influenze illecite nell’ambito di una vicenda, un filone interno dell’inchiesta Mondo di Mezzo, riguardante lo sblocco di alcuni pagamenti. Una fattispecie che non trova riscontri nel panorama internazionale, priva di una definizione limpida e caratterizzata da maglie larghissime e confini incerti, per definizione il contrario di quello che dovrebbe essere la norma penale. Quasi una formula moralistica di un sistema malato e ancora intriso dell’odio verso la politica che l’esperienza Tangentopoli ha vomitato sul Paese.
La revoca della misura alternativa dei domiciliari disposta a seguito della violazione delle prescrizioni connesse all’affidamento in prova ai servizi sociali ha assunto i contorni di una vendetta politica (come se si volesse ottenere l’espiazione della grande colpa che ogni uomo di potere porta seco: la divisività) più che di una decisione giuridica; una valutazione formalmente legittima che però è apparsa decisamente in controtendenza rispetto all’ordinario. In numerosi procedimenti analoghi, infatti, irregolarità ben più significative hanno comportato l’adozione di misure meno afflittive. E metodo e tempismo dell’arresto, fugano il dubbio: nella notte di Capodanno, come in una qualsiasi retata per decimare un clan mafioso. La spettacolarizzazione per esporre alla gogna, una modalità che ha a che fare più col sadismo e con l’ego di certe procure che con le necessità giudiziarie.
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