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Il silicio non conosce l’infinito

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19.05.2026

Su un articolo di Antonio Staglianò: Rosmini, Kant e il punto cieco dell’Intelligenza artificiale

Nell’articolo apparso su Avvenire del 3 maggio 2026, L’umanità aperta all’infinito usa l’Ia senza restarne schiava, monsignor Antonio Staglianò ha un merito che andrebbe riconosciuto subito, e che è raro: aver individuato che il problema dell’Intelligenza artificiale “non è un algoritmo, né una legge, né un interesse economico”, ma filosofico. Il modo in cui pensiamo l’Ia è già deciso, a monte, dal modo in cui pensiamo l’uomo; e il modo in cui pensiamo l’uomo è, a sua volta, deciso da un’eredità che, come scrive l’autore, “abbiamo interiorizzato al punto da non riconoscerla più: l’impostazione di Immanuel Kant”. La diagnosi è esatta. La grammatica con cui istintivamente ragioniamo sull’Ia, quella per cui “dobbiamo porre confini, impedire che la macchina superi certe soglie”, è figlia legittima della Critica della ragion pura. E lo è, per rovesciamento speculare, anche l’euforia prometeica, “il sogno di un potenziamento senza confini”, che Staglianò giustamente definisce “il rovescio esatto del kantismo”: due posture opposte, generate dallo stesso presupposto, cioè “che l’uomo sia definito dai suoi confini e che la libertà sia il loro rispetto o la loro violazione”.

Vorrei però provare ad allargare il quadro, perché credo che il problema abbia radici ancora più profonde di Königsberg. La chiusura della ragione dentro l’esperienza sensibile non nasce nel 1781: è un esito, non un inizio. Il gesto kantiano porta a compimento, in forma critica, una traiettoria che attraversa tutta la modernità, da Cartesio in poi, ma che ha la propria sorgente molto più indietro, nel pensiero greco. È lì che si decide qualcosa di originario. Quando Parmenide pensa l’essere come ciò........

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