Sistema in crisi e oligarchia democratica
Le formazioni politiche sono proiezioni dei leader, non più delle comunità che li esprimono
La democrazia italiana è diventata a poco a poco «un’oligarchia controllata da periodiche elezioni?». È una domanda affilata come una lama quella che Sabino Cassese ha messo sul tavolo della politica, dalle colonne del Corriere. Non è una provocazione, né una concessione al pessimismo. È, piuttosto, il punto di arrivo di un ragionamento che si nutre di dati, di esperienza, di una lunga consuetudine con i meccanismi dello Stato. Cassese – un autorevole giurista che è stato ministro e giudice costituzionale – ci invita a guardare la realtà per quello che è diventata, non per quello che continuiamo a raccontarci che sia. E la realtà ci dice che in meno di quarant’anni un terzo degli elettori ha smesso di votare. Dal 1983 al 2022, l’affluenza è passata dall’88 al 63 per cento. Non è soltanto una flessione: è una frattura.
A questa cifra se ne aggiunge un’altra, forse ancora più rivelatrice: il crollo degli iscritti ai partiti. Negli anni Cinquanta, un italiano su dieci aveva una tessera. Oggi, appena uno su cinquanta. Questo dato non segnala solo una crisi organizzativa: indica la dissoluzione di quel tessuto connettivo che teneva insieme società e politica. I partiti non sono più luoghi di partecipazione, ma strumenti elettorali. Non elaborano più visioni, ma producono messaggi.
Non è sempre stato così. C’è stato un tempo in cui la Democrazia Cristiana discuteva nei suoi congressi per giorni, in cui il Pci confrontava linee e strategie nel comitato centrale, in cui il Psi e il Msi erano attraversati da correnti, da culture politiche, da identità riconoscibili. Si può discutere all’infinito sui limiti di quella stagione, ma non si può negare che esistesse una vita interna, un confronto reale. Memorabile la direzione del Movimento Sociale in cui Giorgio Almirante propose di schierarsi a favore del divorzio e, messo in minoranza, ne uscì annunciando che il suo partito era decisamente contrario.
Oggi, al contrario, la politica si è raccolta attorno a figure solitarie. Giorgia Meloni, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Matteo Salvini: sono loro a decidere, spesso in modo esclusivo, la linea, le alleanze, le candidature. Il partito diventa così una proiezione del leader, non più una comunità che lo esprime. Il dibattito si riduce a comunicazione, il confronto a scontro, la politica a rappresentazione.
E tuttavia la Costituzione dice altro. Assegna ai partiti il compito di organizzare i cittadini affinché possano «concorrere, con metodo democratico, a determinare la politica nazionale». È una norma che nei fatti appare sempre più disattesa. Il nodo, allora, è capire se questo sistema sia ancora in grado di correggere sé stesso. E la risposta passa inevitabilmente dalla legge elettorale. Perché è lì che si stabiliscono le regole del gioco, è lì che si decide se i cittadini contano davvero oppure no. Se potranno scegliere i candidati, i parlamentari e il governo o se continueranno a limitarsi a ratificare decisioni prese altrove.
Quando quella legge sarà approvata, avremo un criterio semplice per giudicarla. Se restituirà agli elettori un potere reale, se rimetterà in moto la partecipazione e il dibattito all’interno dei partiti, allora la democrazia italiana potrà ancora dirsi tale. Se invece consoliderà il primato dei capipartito, allora la domanda di Cassese smetterà di essere una provocazione e diventerà un’amara constatazione.
