Se la politica non si affeziona alla società
I partiti si sono svuotati di valori. Serve una legge che ne garantisca la democrazia interna
Gentili segretari dei partiti politici (o leader, se preferite, o “capi”, com’era stato scritto addirittura in atti legislativi), è giunta l’ora di un vostro atto di coraggio e di umiltà. Perché tanti elettori non esercitano più il loro diritto di voto alle elezioni politiche, e invece in un referendum costituzionale, su materie complesse, lo hanno esercitato con una partecipazione sorprendente?
La ragione sta nel fatto che, piano piano, nel corso degli ultimi trent’anni, la costituzione materiale dei partiti è cambiata. Sono diventati partiti dei leader, o dei “capi”, ai quali è affidata la nomina, grazie a leggi elettorali di dubbia costituzionalità, degli eletti in Parlamento. Si sono svuotati di valori, e al tempo stesso di rappresentanza sociale. Molte forze politiche inseriscono nel simbolo il nome del leader, che sostituisce il programma e gli ideali. Ai cittadini è stata sottratta la facoltà di scegliere i propri rappresentanti. Qualcuno ha cercato di ovviare a questa situazione con le “parlamentarie”, le primarie per scegliere i candidati. Ma si è trattato di palliativi del tutto inefficaci. Il problema non riguarda solo il Parlamento. Si è infatti deciso di sopprimere le Province. L’effetto pratico è stato che le Province sono rimaste, ma che è stato sottratto agli elettori il diritto di scegliere gli eletti nei Consigli Provinciali, eletti in secondo grado dai Comuni. In generale, il potere assoluto dei capi dei partiti – mediato coi sottocapi delle correnti – ha inferto una ferita profonda alla democrazia rappresentativa.
È inutile versare lacrime di coccodrillo sulla disaffezione alla politica. Ho l’impressione – come ha dimostrato la generazione Z col voto al referendum – che sia la politica a essere disaffezionata alla società. L’accento è messo solo sul comando, non sull’ascolto, sulla rappresentanza degli interessi sociali e delle culture, sulla comprensione degli stati d’animo più profondi della società. I giovani, a modo loro – o almeno una parte di essi – hanno sensibilità politica, ma non trovano canali organizzati, inclusivi, aperti per esprimerla. Già nel 1981 Enrico Berlinguer scriveva che «vi è qui la riprova della necessità di un rinnovamento dei partiti e dei loro modi di fare politica, se si vuole evitare la crescita di un divario che può divenire assai pericoloso per le sorti della democrazia». Quel monito – la famosa “questione morale” – non fu ascoltato, e il leader comunista venne accusato, anche nel suo partito, di moralismo. Persino esponenti lontani dalla sinistra – come Gianroberto Casaleggio e Giorgia Meloni – hanno celebrato questo Berlinguer.
Per questo dovreste cambiare radicalmente strada, restituendo ai cittadini il potere di eleggere i propri rappresentanti, in modo libero, con le preferenze, garantendo la parità di genere, e di imboccare la strada di un’elezione proporzionale, capace di rappresentare le tante sfaccettature sociali e culturali del Paese. E poi imboccare la strada di un’attuazione dell’art.49 della Costituzione («tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale»), con una legge che garantisca la democrazia nei partiti. So bene – e ne ho già scritto su queste pagine – che la crisi delle democrazie è più profonda e globale. Ma la si può iniziare a contrastare riaprendo canali che sono stati sequestrati da una concezione decisionista e, in fin dei conti, autoritaria.
