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Profilazione, fermi. Il metodo Ice piace all’Europa

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05.03.2026

Cento organizzazioni dei diritti contro la nuova proposta di legge sulle deportazioni coercitive

Lo scorso 25 febbraio davanti al Parlamento europeo a Bruxelles si è tenuta la manifestazione contro la nuova proposta di legge europea sulle deportazioni coercitive. L’Ue sta infatti negoziando un regolamento sull’espulsione, che chiama “rimpatrio”, con lo scopo di ampliare e normalizzare le irruzioni contro i migranti così come le misure di sorveglianza.

La legge ha l’obiettivo di obbligare gli Stati membri a individuare le persone prive di documenti trasformando gli spazi quotidiani, i servizi pubblici e le interazioni comunitarie in strumenti di controllo dell'immigrazione in stile Ice. Negli Stati Uniti questo modello ha già portato a una crisi sanitaria pubblica in cui le persone prive di documenti evitano di accedere alle cure mediche di base per paura di essere denunciate o rapite. Nella pratica, le misure di individuazione proposte dalla Commissione europea si manifestano in diverse forme. Prima di tutto in perquisizioni delle forze dell’ordine nelle abitazioni private, che consentono alle autorità di entrare, senza un mandato giudiziario, negli spazi abitativi per cercare migranti privi di documenti; così come negli uffici e nei rifugi gestiti da organizzazioni umanitarie. 

Il regolamento prevede inoltre retate della polizia in spazi pubblici, così come l’impiego, già da giugno 2025, da parte della Francia di 4 mila agenti di polizia per controlli capillari nelle stazioni di autobus e treni, con l'obiettivo di arrestare e detenere le persone senza documenti. La legge europea si concentra inoltre su un ampliamento della tecnologie di sorveglianza come la raccolta di dati personali e lo scambio tra le forze di polizia di tutta l’Ue con un rafforzamento dell'identificazione biometrica. È essenziale comprendere che la profilazione razziale si basa su controlli fondati sull'aspetto fisico, sulla lingua o sull'origine percepita, piuttosto che sul comportamento individuale, che portano a una discriminazione nei confronti delle comunità razzializzate.

Lo scorso 26 gennaio, 16 relatori speciali, esperti indipendenti e gruppi di lavoro delle Nazioni Unite hanno inviato una lettera congiunta alla Commissione, al Parlamento e al Consiglio dell'Ue, avvertendo che la proposta di regolamento sull'espulsione potrebbe scoraggiare l'accesso ai servizi essenziali e minare diritti fondamentali. Inserire misure di individuazione nella legislazione vincolante dell'Ue significherebbe finanziarle, legittimarle, estenderle e standardizzarle in tutta Europa, oltre a legittimare pratiche illegali come la profilazione. Ciò consoliderebbe un sistema punitivo, alimentato dalla retorica dell'estrema destra e basato su sospetti razzializzati, denunce, detenzioni e deportazioni. Anziché proteggere i diritti fondamentali, l'Ue sta codificando un'ideologia di criminalizzazione che prende di mira le persone semplicemente a causa della loro situazione amministrativa. 

«L’Europa sa bene, dalla propria storia, dove possono portare i sistemi di sorveglianza, di ricerca di capri espiatori e di controllo», scrivono le oltre cento organizzazione firmatarie che contestano la legge. «Il regolamento europeo sulle deportazioni rientra in un progetto politico più ampio che militarizza le frontiere e criminalizza le persone –  ha commentato Jessi Krume del Border violence monitoring network – Si potrebbe scegliere la protezione e la cura; si opta invece per punizione, sorveglianza e identificazione forzata».


© L'Espresso