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In Giappone in migliaia scendono in piazza per la Costituzione

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11.04.2026

Il blocco pacifista si salda con le proteste contro la premier di estrema destra Sanae Takaichi

In Giappone le manifestazioni contro la guerra si stanno moltiplicando. Alcune hanno radunato oltre ventimila persone, una partecipazione notevole in un Paese in cui la cultura della protesta è sicuramente meno forte che altrove. È anche vero però che le manifestazioni anti-militariste sono sempre state massicce, sono un esempio quelle di Anpo nel 1959 e 1960 e di nuovo nel 1970 contro le basi militari statunitensi.

Nel 2026 in Giappone l’ondata di proteste contro la guerra si allinea sicuramente a un spinta globale dal basso contro i nuovi imperialismi. Le proteste di fine marzo e inizio aprile vanno inoltre comprese nel contesto dei ripetuti tentativi della prima ministra di estrema destra Sanae Takaichi di revisione dell’articolo 9 della Costituzione. È un articolo che rinuncia radicalmente alla guerra e impone rigorosi limiti alle forze armate giapponesi. Proprio su questo tema nella capitale lo scorso 20 marzo si è tenuta una manifestazione con più di diecimila persone . Nello specifico la protesta è stata organizzata contro il dispiegamento di missili a lungo raggio. Infatti il ministero della Difesa giapponese aveva recentemente trasportato un lanciamissili e altre attrezzature per il missile terra-nave in una base nella prefettura di Kumamoto senza alcuna spiegazione pubblica o dichiarazione preventiva.

La Costituzione giapponese, entrata in vigore nel 1947, è spesso definita “Costituzione pacifista” perché l'articolo 9 stabilisce che il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all'uso della forza come mezzo per risolvere le controversie internazionali.

Da tempo Takaichi e la destra giapponese cercano di modificare la clausola pacifista. Le recenti dichiarazioni del primo ministro sulla revisione hanno suscitato preoccupazione e scalpore nel Paese e hanno rafforzato un sentire comune anti-militarista e il timore del coinvolgimento giapponese nei conflitti in corso. Sempre a Tokyo lo scorso 29 marzo migliaia di persone hanno organizzato un rave di protesta contro la guerra uniti sotto lo slogan “No alla guerra! No all’odio!”. La festa è all’interno del network mondiale “ravers against fascism” e ha portato avanti un cosiddetto “block party” una festa, di solito non autorizzata, che occupa un intero quartiere. Si tratta di una pratica politica di occupazione dello spazio pubblico con contenuti politici ma anche gioiosi, così da creare momenti di socialità gratuiti. I ravers giapponesi si sono radunati davanti alla stazione di Shinjuku, il più grande snodo dei trasporti del Paese. Online il supporto al rave è stato esplicitato con l’utilizzo dell'hashtag #DropBassNotBombs0329. Hanno chiesto a suon di bassi le dimissioni di Takaichi mentre sventolavano la bandiera Lgbtq+ e palestinese.

La maggior parte dell'attenzione politica underground è rivolta all'opposizione alla guerra e all'imperialismo, a sostegno del popolo palestinese, libanese e iraniano, contro gli Stati Uniti e l’alleanza imperialista tra Trump e Takaichi. Le proteste sono però anche il segnale di un più profondo mutamento culturale e socio-politico. Dalla stazione di Shinjuku la cantante Haru Nemuri ha scritto: «Balliamo e danziamo per scuotere le fondamenta dei sistemi che hanno creato il divario tra privilegiati e oppressi».


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