Lo psicologo Nicola Artico va in pensione dopo 37 anni: «Giovani più fragili, ma non peggiori. Ecco come è cambiato il loro mondo»
Lo psicologo Nicola Artico va in pensione dopo 37 anni: «Giovani più fragili, ma non peggiori. Ecco come è cambiato il loro mondo»
Dal 1° agosto lascerà il servizio sanitario pubblico ma continuerà a esercitare la professione nel privato. In questi anni ha accompagnato bambini e adolescenti nei momenti più fragili della loro crescita
LIVORNO. Dal 1° agosto Nicola Artico, 67 anni, lascerà il servizio sanitario pubblico dopo 37 anni di lavoro, gli ultimi undici dei quali alla guida dell’unità funzionale Salute mentale infanzia e adolescenza di Livorno dell’Asl Toscana nord ovest. Un traguardo che coincide con la pensione, ma non con l’addio alla professione: continuerà infatti a fare lo psicologo nel privato, perché – spiega – aiutare gli altri è qualcosa che nel tempo diventa una missione. In quasi quattro decenni ha visto cambiare il volto del disagio, le paure dei ragazzi, il ruolo delle famiglie, della scuola e delle nuove tecnologie. Ha accompagnato bambini e adolescenti nei momenti più fragili della loro crescita, condividendo con colleghi e genitori il peso di sofferenze che spesso non hanno risposte semplici. E ora, nel momento dei saluti, il bilancio non è soltanto professionale: è anche una riflessione sul nostro tempo, su una società che ha imparato a dare un nome al dolore, ma che fatica ancora ad ascoltarlo davvero.Dottor Artico, come è cambiato il modo in cui bambini, adolescenti e adulti vivono il disagio psicologico?«È cambiato molto il linguaggio del disagio. L’opinione condivisa da larga parte dei colleghi è che 30 anni fa arrivavano più spesso problemi descritti come comportamenti difficili, fallimenti scolastici, somatizzazioni, nervosismo, chiusura. Oggi bambini, adolescenti e famiglie arrivano spesso con parole già psicologiche: ansia, panico, depressione, autismo, Adhd (disturbo da deficit di attenzione e iperattività, ndr), trauma, dipendenza».Come va letto questo cambiamento?«Da un lato è un progresso, perché riduce la vergogna e permette di chiedere aiuto prima. Ma comporta anche un rischio: trasformare troppo rapidamente la sofferenza in etichetta. La clinica deve fare entrambe le cose: riconoscere il disturbo quando c’è, ma anche restituire complessità alla storia umana della persona».Si spieghi meglio.«Ad esempio tollerare che nel “corridoio” dell’adolescenza, che separa il fanciullo dall’adulto, un po’ di sofferenza è fisiologica. Oggi tra genitori e ragazzi questa tolleranza c’è meno».Quali trasformazioni sociali hanno inciso di più sulla salute mentale dei giovani?«Guardi, non sceglierei una sola causa. Il cambiamento più importante è l’intreccio fra famiglia più fragile, scuola più esposta e tecnologia più pervasiva. La famiglia oggi è spesso più affettiva, meno autoritaria; ma talvolta è anche più sola e più incerta nel porre limiti. Mentre abbiamo bisogno di una distribuzione bilanciata di affetto e di regole. Con solo il primo o solo le seconde si va a sbattere».E che dire della scuola?«La scuola è diventata il luogo dove esplodono molti problemi che nascono altrove. Così i docenti rischiano su due estremi: o il........
