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Omicidio di Firenze, c'era anche una donna nell'auto della spedizione punitiva: il ruolo e la sua difesa

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03.03.2026

Omicidio di Firenze, c'era anche una donna nell'auto della spedizione punitiva: il ruolo e la sua difesa

Quarant’anni, livornese, gravita su Viareggio dove aveva conosciuto Antonio Corvino. Fissata l’autopsia sul designer di Ikea ucciso

FIRENZE. C’era anche una donna sull’Opel Corsa grigia che dalla notte di Pisa è arrivata fino a Rifredi per chiudere un conto da duemila euro. Non impugnava mazze né coltelli, ma, secondo gli investigatori, avrebbe avuto in mano la leva più sottile per attirare alla stazione il bersaglio di chi credeva la stesse solo accompagnando da un amico e a una festa: un appuntamento con un giovane, la promessa di una notte di svago e sballo.

È lei l’intermediaria che avrebbe favorito la spedizione punitiva organizzata da Gabriele Citrano, 33 anni, il designer Ikea che da carnefice è diventato vittima, rimasto ucciso con sette fendenti nell’appartamento tra il 99 e il 101 di via Reginaldo Giuliani poco dopo le due del mattino del 27 febbraio. Quarant’anni, livornese, precedenti per spaccio, abituata a gravitare su Viareggio dove aveva conosciuto Antonio Corvino, il suo rendez-vous. Un’esca a sua insaputa, ha giurato agli inquirenti. Usata da quelli che riteneva amici. È stata sentita quasi subito dai carabinieri del Nucleo investigativo. Ha raccontato di aver fissato con Corvino alla stazione di Rifredi. Di essere arrivata in auto con Citrano e con il compagno di lui, Giacomo Mancini, 52 anni, lucchese. E di non sapere nulla del piano. «Pensavo fossero lì per partecipare al festino in via Reginaldo Giuliani», ha detto. Quando i due sono scesi dall’Opel armati di mazza da baseball, sostiene di aver capito che la serata stava prendendo un’altra piega. Si sarebbe defilata, scesa dall’auto e allontanata. La sua versione è ora al setaccio. Tabulati, celle telefoniche, chat incrociate con quelle dei protagonisti della notte di sangue. Gli inquirenti vogliono capire se fosse un’esca consapevole o una comparsa inconsapevole. Per ora non è indagata. Ma il suo nome entra nel fascicolo come testimone che la Procura di Firenze, con il pm Andrea Cusani, sta ricostruendo quella notte pezzo dopo pezzo.

L’interrogatorio di garanzia

Intanto ieri, lunedì 2 marzo, si è celebrato l’interrogatorio di garanzia. Il gip Gianluca Mancuso ha convalidato gli arresti. Gabriele Atzeni, 34 anni, fiorentino, e Antonio Corvino, 31 anni, viareggino senza fissa dimora, restano in carcere a Sollicciano. Giacomo Mancini va ai domiciliari a Lucca, a casa della sorella, per motivi di salute. Per tutti, le accuse restano le stesse: omicidio volontario, rissa aggravata e lesioni aggravate. Secondo il giudice c’è il rischio di reiterazione, vista l’efferatezza della condotta. Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Un silenzio che pesa. Anche perché i primi esami tossicologici raccontano un’altra verità: durante la rissa nell’appartamento al piano terra erano tutti sotto l’effetto di stupefacenti. In fondo nella casa in uso ad Atzeni e Corvino i militari trovano la pv, cioè la sintetica che viaggia dall’Olanda in cristalli da inalare, ketamina, cocaina, crac. Stesse droghe trovate, in ingenti quantità, nella casa di Citrano in via Cattaneo, a Pisa, e per cui Corvino aveva contratto il suo debito. È il catalogo tipico della chemsex, i festini a base di dosi e sesso che le indagini degli ultimi anni hanno già incrociato. Un dettaglio che spiega la furia, non la giustifica, però. E che complica la ricostruzione di chi abbia sferrato i colpi mortali.

L’autopsia su Citrano

Oggi l’autopsia sul corpo di Citrano dovrà chiarire quali lame lo abbiano colpito a morte. Se i sette fendenti siano partiti da una sola mano o da più duellanti. Quella di Atzeni e Corvino che si difendevano dall’assalto, o addirittura da quella di Mancini, arrivato a dar man forte al suo compagno? La ricostruzione degli investigatori, per ora, non coincide con quella – simile tra loro – fornita dai tre sopravvissuti alla notte tra giovedì e venerdì. Sul fondo resta la storia di un debito non saldato per droga, di un appuntamento organizzato come trappola. E torna, inevitabile, il profilo della donna livornese. Due anni fa era stata arrestata per spaccio con l’allora compagno e un’altra coppia in un episodio che somiglia a questo: un cliente attirato a un incontro e pestato per un conto aperto. Un precedente che non è una prova, ma è un’ombra.

Nella notte di Rifredi la violenza ha avuto molti attori. Ora la giustizia prova a distinguere i ruoli. Anche quello di chi, forse, ha acceso la prima miccia insieme a due pusher amici senza sporcarsi le mani. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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