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Gli italiani hanno scelto (non per il meglio

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La democrazia elettorale, dicono i classici, trasforma anche la scelta più discutibile in un verdetto legittimo. La scelta referendaria degli italiani va rispettata, perciò, ma questo non significa che sia la migliore. Perchè non è vero che il popolo sovrano ha sempre ragione. Non è vero oggi, non è stato vero altre volte, nella storia del Paese.

Il 22 e 23 marzo, Quindici milioni di elettori hanno rifiutato una riforma liberale che intendeva affrancare la magistratura dal vizio corporativo e ideologico di cui soffre da tempo. Una scelta improvvida, che rimanda sine die le garanzie del giusto processo e che oggi le associazioni per il Sì addebitano alla mancanza di un dibattito in grado di spiegare all’opinione pubblica il merito della legge. Il che sembra di tutta evidenza. Di fronte la possibilità della “spallata”, la sinistra ha politicizzato la campagna referendaria, accusando la destra di stravolgere la Costituzione, minare la democrazia, preparare la svolta autoritaria. Ed evocando ogni altro motivo di malessere, il trumpismo di Meloni, la paura della guerra, la ferita di Gaza, le armi a Zelensky. Quanto alla destra, con una buona dose di sicumera, ha finito per accreditare l’idea che la legge fosse fatta per ridimensionare non già le correnti dell’Anm, quanto l’intera magistratura.

Ma attenzione. Forse le performance di Schlein e Meloni non spiegano tutto. Perchè i partiti, dopotutto, hanno sollecitato un paese che, a sinistra come a destra, soffre da tempo immemorabile le tossine del populismo, della sfiducia nella politica, dell’ostilità nei confronti delle élites, della diffidenza verso le istituzioni. E che da tempo immemorabile vive in modo inadeguato la propria collocazione internazionale, barcamenandosi di volta in volta tra Occidente e Oriente, tra un nazionalismo velleitario e un europeismo opportunistico, riempiendo le piazze di un pacifismo un po’ terzomondista d’antan e un po’ giovanilisticamente woke. Quel che i partiti hanno mobilitato, detto in breve, sembra un Paese dalla fragile cultura liberale e riformista. Un popolo che spesso ha fatto del moderatismo la propria bandiera, ma il cui moderatismo ha oscillato paradossalmente tra pulsioni estremiste e timorosa difesa dello status quo, tra ideologismi d’élite ed emarginazione sociale, tra totem (la bella Costituzione) e tabù (i costi del progresso). Un popolo pronto a benedire le novità politiche più radicali e ad affossare ogni tentativo di pragmatica modernizzazione.

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Sembrano caratteri di lungo periodo. Un vero e proprio Sonderweg. E fin troppi sarebbero gli esempi. Questo è il paese che mise in croce una personalità di alto profilo come Giovanni Giolitti con una furia degna di un grillismo ante litteram. Che dal fascismo vide confermata la propria vena antipolitica e antiparlamentare. Che adottò lungamente un grande Partito comunista antioccidentale e antiriformista. Che organizzò le fiaccolate attorno alla Procura di Milano. Che amò la diversità moralistica di Berlinguer, poi il liberalismo populista di Berlusconi, poi le intemerate della Lega contro “Roma ladrona”, poi l’insulto anti-Casta di Grillo. Che approvò il referendum sul Titolo V perché sembrava una spallata allo Stato centrale. E il referendum sul taglio dei parlamentari, perché colpiva i corrotti. Ma che mandò all’inferno la riforma costituzionale del centrodestra. E che si infatuò del giovane Renzi, perché godeva voyeuristicamente di fronte al falò dei rottamati, e poi però lo sconfisse in modo brutale, quando Renzi osò proporre un ammodernamento del parlamentarismo.

Acqua passata? Non è detto. Il popolo sembra sempre lo stesso. Fragile e feroce, malleabile e implacabile, ondivago e incrollabile, chiuso nel proprio privato (e magari astensionista) e pronto a gettarsi nelle guerre civili a bassa intensità della sua storia repubblicana, comunisti vs anticomunisti, antifascisti vs fascisti, antiberlusconiani vs berlusconiani. È questa la cornucopia a cui attingono da ottant’anni i partiti, i vecchi partiti della Prima Repubblica e i loro eredi della Seconda. Certo, è colpa dei partiti – una grave colpa – non aver costruito in tutto questo tempo un’educazione politica allo Stato di diritto e alle libertà individuali. Ma è quel popolo a rendersi disponibile alla loro demagogia, a essere il terreno fertile per ogni demagogia. Ciò che è accaduto anche con la riforma Nordio. E chi è senza peccato…

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