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Fattore Terzo, il centro liberale e la trappola della marginalità

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04.04.2026

C’è un errore che il centro liberaldemocratico e riformista italiano rischia di ripetere, elezione dopo elezione: inseguire la rappresentanza come se fosse un fine, anziché un mezzo. Ottenere una manciata di eletti — dieci, dodici, quindici parlamentari — può sembrare un risultato. In realtà è una condanna all’irrilevanza. La politica parlamentare non si fa con i numeri simbolici. Si fa con i gruppi. Un gruppo parlamentare autonomo non è una questione di prestigio: è la condizione minima per parlare, emendare, negoziare, bloccare. Senza quella soglia, si è ospiti in casa d’altri. In un sistema bipolare imperfetto come quello italiano, un’area politica coerente che vale il tre, il cinque per cento non è piccola: è potenzialmente decisiva. Non perché possa governare da sola, ma perché può spostare l’equilibrio.

Essere il margine che trasforma una sconfitta in vittoria è una leva enorme, se si ha la lucidità di usarla. La doppia trattativa come strategia razionale Se le due coalizioni sostanzialmente si equivalgono nei loro rapporti con i valori liberali, non esiste ragione ideologica per precludersi la trattativa con entrambe. Escludere a priori uno dei due interlocutori significa svendere la propria forza negoziale prima ancora di sedersi al tavolo. La logica è semplice: chi vuole vincere ha bisogno di noi più di quanto non lo ammetta. In cambio, chiediamo una cosa concreta: i collegi, le candidature, gli accordi elettorali che ci consentano di portare in Parlamento un numero di eletti sufficiente a formare gruppi autonomi. Qui si scontrano due schieramenti afflitti da populismo, giustizialismo, putinismo e trumpismo, europeismo a corrente alternata, diffidenza verso il mercato.

Noi liberaldemocratici e riformisti possiamo proporre un compromesso il cui scopo non è governare insieme con la destra o la sinistra, ma creare le premesse per uscire il prima possibile da questa tenaglia illiberale. Compromesso, non compromissione Il rischio di legittimare forze incompatibili con i valori liberali esiste, e va gestito con criteri espliciti. Alcune condizioni devono essere non negoziabili: nessun accordo che implichi copertura a derive autoritarie, nessun silenzio sulla separazione dei poteri, le libertà civili, l’indipendenza della magistratura. Entro questi limiti, la trattativa è legittima.

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Oltre, si rompe — e lo si dice pubblicamente. Li aiuteremo a vincere le elezioni, gli uni o gli altri. Che poi governino coi loro programmi, senza il nostro consenso, con il solo impegno di non affossare la maggioranza nei limiti delle linee rosse definite. Il centro liberale e riformista non ha bisogno di stare al governo per essere utile — ha bisogno di stare in Parlamento con peso reale. Gruppi autonomi significano libertà di voto, capacità di proporre e modificare la legislazione, voce nelle crisi politiche.

Significa poter dire no quando serve, senza essere ostaggio di nessuno. Abbiamo di fronte un’occasione rara: essere decisivi. La scelta è tra valorizzare la propria identità contando poco, e contare davvero qualcosa accettando la complessità della politica reale. Non è una scelta facile. Ma è l’unica che vale la pena fare. La chiamiamo Fattore Terzo. Non perché siamo neutrali — abbiamo valori chiari e linee rosse invalicabili. Ma perché, come il giudice terzo della lettura costituzionale, non siamo proprietà di nessuno. Trattare con tutti, dipendere da nessuno: questa è la condizione per contare davvero.

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