Mostro, l’ex ispettore Zaccaria: "Non credo a un unico killer. Per alcune vittime si ipotizzò una vendetta della malavita"
La scena del delitto di Anna Maria Palermo, gennaio 1994. A destra, l’ex ispettore Zaccaria
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Modena, 11 marzo 2026 – "Eravamo in pochi poliziotti all’epoca e non c’era una squadra dedicata, ma abbiamo fatto ogni sforzo, con serietà: oggi (40 anni dopo, ndr) ritengo che, riaprendo il caso, si possa giungere a tutta o una parte della verità sul presunto ’mostro’. Anche se non credo ad una sola ’mano’ dietro i delitti: c’erano contesti differenti, e anche le vittime provenivano da situazioni diverse".
L’ex ispettore della squadra Mobile di Modena, Giuseppe Zaccaria, si occupò tra gli anni Ottanta e Novanta delle indagini relative ad alcune delle dieci vittime del presunto ’mostro di Modena’. Era presente nel corso di vari sopralluoghi, a seguito del rinvenimento dei cadaveri delle giovani trovate per lo più abbandonate sul ciglio della strada e nel suo investigare alla ‘vecchia maniera’, sul territorio, tra la gente, era in costante contatto con il mondo ‘segreto’ della prostituzione e dello spaccio caratterizzato da una sola grande regola: omertà.
Zaccaria, è stata depositata un’istanza dal legale della famiglia Palermo, avvocato Iannuccelli, per riaprire il caso della 20enne uccisa nel 1994, ma sono state depositate anche oltre mille firme da parte dell’associazione I Ricci, in procura, per rivedere l’intera serie di omicidi. Crede che con indagini ‘moderne’ si possa arrivare a qualcosa?
"Oggi serve una squadra dedicata a questo tipo di fenomeno. Vanno riprese in mano le indagini, studiando gli atti partendo da zero e da ciò che ‘giace’ in medicina legale, per poi utilizzare tutta quella moderna tecnologia di cui all’epoca non eravamo dotati. La prima cosa da fare è verificare quali reperti sono ancora conservati, perché è più difficile partire da persone e testimonianze. Credo però andrebbero rivisti anche gli alibi degli uomini sentiti all’epoca: capire se erano attendibili, se fossero stati tutti riscontrati. Dove non te lo aspetti il colpo di scena può arrivare e so che alla Mobile c’è attualmente una buona squadra".
Crede che all’epoca furono svolte indagini esaustive, ovviamente in base ai mezzi a vostra disposizione?
"C’è stata dispersione, quello sì, perché le indagini venivano assegnate a chi era di turno. Inoltre alcune delle famiglie ‘perbene’ spesso non sapevano nulla delle vite fuori casa delle proprie figlie: non conoscevano contatti, ambienti. Altre famiglie, invece, le avevano come ‘date per perse’. Ma abbiamo fatto quello che potevamo: andavamo – perché eravamo consumatori di suole –, in mezzo alla gente. La prossimità era importante; abbiamo cercato di avere uno sguardo completo rispetto a quello che era un nuovo fenomeno criminale come quando, ad esempio, già parlavamo di mafia nigeriana e ci prendevano per visionari ma, poi, i fatti ci hanno dato ragione. Tra poliziotti ci supportavamo a vicenda, univamo le forze e molti casi delicati li abbiamo risolti così".
Che idea vi eravate fatti?
"Sicuramente c’erano persone che magari avevano visto qualcosa ma avevano paura e non parlavano: niente è trapelato neppure da ‘radio carcere’, solitamente attiva. Alcuni dei delitti potrebbero essere ascrivibili all’accaparramento del territorio di ‘nuovi volti’ della prostituzione che avevano sostituito le ragazze della vecchia scuderia. Le vittime degli omicidi erano tutte molto giovani rispetto alle prostitute ‘storiche’ di Modena, quelle che conoscevamo, e il loro arrivo potrebbe aver infastidito qualcuno".
Lei dice quindi che potrebbero essere stati più assassini...
"Quelli del presunto ‘mostro’ sono casi articolati, ma non sono riconducibili ad una ’mano’ singola ma a plurità di soggetti e azioni; potrebbero riguardare anche sodali di malavita. Il panorama dei delitti non era omogeneo: c’era l’ipotesi della vendetta, ma al massimo per tre vittime si può pensare all’agire del cosiddetto ’mostro’. Alcuni omicidi d’impeto, come quelli commessi con uso di sciarpe, forse sono legati a reati predatori.
Quella che dovrebbe essere la prima vittima, Filomena Gnasso, era una donna bionda sul metro e cinquanta e non credo possa entrarci – per il modus operandi con cui è avvenuto l’omicidio – con le altre ragazze. Ricordo bene Giovanna Marchetti, che fu rinvenuta in via Giardini, tra l’erba incolta, luogo che è similare ad altre scene del crimine.
Era l’agosto dell’85. C’era il dottor Tibis quel giorno. Non posso poi dimenticare il fatto che una delle vittime era figlia di un collega poliziotto: era stata inscenata una assunzione di sostanze con un buco all’avambraccio, mentre lei normalmente si faceva una puntura tra le dita dei piedi. Proprio per questo, quando iniziarono a indagare sui poliziotti, era palese che non c’entrassero nulla.
Quella povera ragazza aveva conosciuto il mondo attraverso la parte sbagliata. Quello che posso dire, oggi, è che per noi è una sconfitta da genitori e da uomini di Stato".
Quindi lei oggi riaprirebbe il caso?
"Ci sono tante possibilità in più, sicuramente. Allora non c’erano squadre dedicate a quella fenomenologia e dovevamo fronteggiare anche altre priorità mentre la droga impazzava. La storia è drammatica e qualcosa si può ancora fare... Ricordo il papà di Fabiana Zuccarini. Veniva da Pavullo per capire cosa fosse successo. Ma le figlie non si confidavano e questo è stato un grande problema. Il lavoro c’è stato, voglio che si capisca. Tutti hanno preso la cosa sul serio ma alle volte non era facile".
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