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Meglioli ha la storia del ciclismo in casa : "Bugno il più simpatico, Pantani un mito"

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17.03.2026

Il 70enne di Barco fotografava i campioni e poi barattava le immagini con le loro maglie (ne ha oltre 100) e altri preziosi cimeli

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Baratto: stadio primitivo della vita economica che prevede lo scambio diretto di beni senza l’utilizzo della moneta (Treccani).

Ci prenderete forse per matti a iniziare nell’anno di grazia 2026 con un concetto creato direttamente nel 3.500 a.c. dai Sumeri. Ma la storia di Claudio Meglioli, 70 anni con furore da Barco di Bibbiano, parte proprio dall’antica arte e un’idea un po’ bizzarra vista con gli occhi attuali: lui, fotografo per hobby, immortalava i ciclisti in partenza o all’arrivo; loro, in cambio, gli consegnavano maglie autografate o preziosi cimeli.

Si vabbè, ma di che nomi parliamo? Da Moser a Indurain, passando per Bugno, Chiappucci e l’indimenticato Marco Pantani, fino a quello sloveno imprendibile di nome Tadej Pogacar. Insomma, tutto il gotha delle due ruote leggere.

Quindi Meglioli quante maglie ha?

"Più di 100 ma solo perché ho smesso di contarle".

"Perbacco, guardi che ho tutte le foto! Per me il ciclismo è una cosa seria. Lo è sempre stato". Qual è il primo ricordo?

"L’Atala regalata dai genitori quando avevo 7 anni, ho ancora la foto dove la inforco con un sorriso incredibile. Quando il papà ti diceva ‘alla fine dell’anno scolastico ti compro la bici’ era il massimo, il sogno di ogni bambino dell’epoca".

Come cambiano i tempi.

"Sa quanti chilometri ho fatto? Anche perché in campagna le strade non mancavano: significava la libertà, una vera pacchia senza tutte quelle macchine in giro come oggi. Non a caso la nonna mi mandava sempre a comprare la Gazzetta dello Sport in paese: ecco lì ho iniziato a seguire le leggendarie storie del ciclismo sognando di incontrare i campionissimi".

Ha dovuto ingegnarsi.

"Ho fatto diversi lavori: il più lungo all’agenzia delle entrate. Ma la fotografia è sempre stato un grande hobby con cui mi sono avvicinato ai corridori".

Perché proprio il ciclismo? "(breve pausa) Per me è lo sport più bello del mondo perché c’è un rapporto quasi affettivo tra il tifoso e il ciclista che lo ricambia con una disponibilità unica. Lo vedevo come uno di noi; nel calcio questo non accade".

Torniamo al baratto: si ricorda il primo?

"Come no. Anno 1981, il Giro d’Italia passa a Salsomaggiore e vado là per incontrare Gianbattista Baronchelli (94 vittorie da professionista e tre podi alla Corsa Rosa, ndr). Mi avvicino, chiedo il permesso di poter scattare una foto e poi la scambio con berretto e borraccia: che gioia! Da lì è stata una escalation".

Sembra facile detta così.

"Non ero un giornalista, quindi gli scatti erano o all’arrivo o al traguardo. Erano momenti tranquilli e li fotografavo senza mai metterli in posa. Ai ciclisti queste diapositive piacevano tantissimo. E le poche volte in cui riuscivo a farle sia all’inizio che a fine giornata non potevo dimenticare i volti trasfigurati dalla fatica".

Più di 100 maglie: auguri a classificare quelle a cui è più affezionato…

"Domanda impossibile, ma vado di getto: Gianni Bugno era molto simpatico, Marco Pantani il mio mito: aveva sempre quello sguardo nel vuoto, ma mai banale. In tempi recenti, Tadej Pogacar: quando lo vedi sorridere al traguardo come se nulla fosse capisci perché sono tutti innamorati di lui. Ma visto che il ciclismo è anche dolore, voglio citare Davide Ballerini e Michele Scarponi con il suo immancabile pappagallo Fanky".

Qualcuno però avrà rifiutato il baratto.

"Pochi casi. Ma non dirò mai i nomi".

"Mai. Vede, il ciclismo è come una bella donna: a volte si può essere follemente innamorati ma non necessariamente corrisposti. E cosa accade? Che l’innamoramento rimane comunque".

Non ha ancora detto che è stato un discreto cicloturista. "Analizzi quella parola: ai miei tempi in ogni week-end c’era una garetta dove correvi con la squadra locale per goderti la bici e i paesaggi. Adoravo il mare, le onde, l’aria. Ma che fosse a Salsomaggiore o in Romagna, rimaneva un momento di aggregazione".

"La prima la comprai dall’antenato dell’attuale Ginetto Sport. Ma conservo tuttora a casa la Marastoni personalizzata pagata allora 700mila lire: lo sa vero che era un genio? Si avvicinava tantissimo ai livelli di Ernesto Colnago. Lo scriva pure".

La stuzzico allora sul ciclismo amatoriale del 2026.

"(sospira). Posso dirlo? Mi fa quasi pietà. Dai 20 ai 70 anni tutti vogliono fare agonismo con bici che costano un occhio della testa. Ma contenti loro…".

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