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Le nostre Olimpiadi

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03.03.2026

Il dibattito che abbiamo aperto sulle Olimpiadi estive del 2040 sta facendo emergere una consapevolezza nuova: oggi non è più tempo di candidature solitarie e muscolari, ma di progetti condivisi. Il modello non è più quello di una città sola chiamata a reggere costi, infrastrutture e rischi, bensì quello delle “Olimpiadi diffuse”, sulla scia di Milano Cortina 2026, che hanno distribuito sedi e investimenti tra territori diversi.

L’idea di riportare i Giochi in Italia – dopo l’esperienza di Roma 1960 – riapre una partita ambiziosa. Si è parlato di Firenze, si è parlato di Roma, ma il confronto si è presto allargato. Perché un’Olimpiade moderna non è solo un evento sportivo: è un’operazione economica, urbanistica, ambientale. E nessuna città, da sola, può permettersi di caricarsi un simile peso senza una visione nazionale.

In questo scenario l’Emilia-Romagna torna protagonista. Anni fa si tentò una sorta di “santa alleanza” con la Toscana, sull’asse tra le giunte di Stefano Bonaccini e Eugenio Giani. Un patto che mostrava già allora l’intuizione: fare sistema, unire impianti esistenti, valorizzare reti infrastrutturali. Ora a queste due regioni potrebbero aggiungerse altre nel progetto diffuso Italia.

Ma forse l’idea più suggestiva resta quella lanciata nel 2009 da Ubaldo Marra, un bravo politico prematuramente scomparso: le Olimpiadi in Romagna. Una visione romantica e identitaria, forse tecnicamente ed economicamente ingestibile, ma capace di accendere entusiasmo e senso di appartenenza.

Oggi la sfida è trovare un equilibrio. Un’Olimpiade diffusa è più sostenibile, più realistica, più coerente con i tempi. Coinvolgere tutti, però, rischia di diluire responsabilità e progetto. Servono pochi poli forti, una regia nazionale chiara e un disegno credibile sul dopo. Perché i Giochi non possono essere solo una festa di quindici giorni: devono lasciare eredità, infrastrutture utili, coesione. Altrimenti restano un sogno costoso.

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© il Resto del Carlino