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Il doppio femminicidio di Gabriela e Renata: “Motivi comprensibili? No, merita l’ergastolo”

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16.02.2026

Bologna, 16 febbraio 2026 – Nessun motivo umanamente comprensibile per il duplice femminicidio, ma alla base del delitto ci furono "finalità prevalentemente ritorsive e di (ri)affermazione del proprio ruolo". Così la Corte di assise di appello di Bologna spiega perché ha accolto l’appello della Procura di Modena infliggendo, il 15 settembre, l’ergastolo con un anno di isolamento a Salvatore Montefusco, 73enne che il 13 giugno 2022 uccise a fucilate la moglie Gabriela Trandafir, 47 anni e la figlia della donna, Renata, 22, nella loro casa di Cavazzona di Castelfranco Emilia (Modena).

La denuncia di Renata Trandafir trasmessa in procura un mese dopo: aveva paura del patrigno (che poi l’ha uccisa)

La condanna di primo grado

In primo grado la Corte di assise di Modena aveva optato per una condanna a 30 anni, motivando la decisione con parole che avevano fatto discutere, in particolare facendo riferimento ad una "comprensibilità umana" dei motivi che avevano spinto l’imputato ad agire (un contesto di denunce reciproche) con attenuazione della pena.

Omicidio di Gabriela e Renata, carabiniere a processo: non raccolse la denuncia della vittima di femminicidio

La sentenza di appello

Ma per l’assise di appello (presidente Pasquale Stigliano, a latere Rossella Materia) i giudici di primo grado trascurando "gli accadimenti più remoti" hanno "molto valorizzato il contesto di guerriglia domestica determinatosi nelle fasi finali della convivenza". Ma così facendo, "sottostimando la valenza maltrattante delle condotte" dell’imputato che a loro volta innescarono quelle delle due donne, la Corte di assise ha "tradito la ratio dell’istituto delle attenuanti generiche. Queste ultime, infatti, non svolgono nel sistema una funzione genericamente indulgenziale".

"Andando a monte del conflitto familiare - si legge in sentenza - questa Corte non ravvisa alcuna ragione meritevole: e ciò non solo poiché la guerriglia domestica null’altro scopo aveva se non quello di mantenere il possesso dell’immobile, ma anche perché la stessa seguì una lunga serie di soprusi e maltrattamenti che Montefusco inflisse (prima ancora di patirli)".

E quindi "il processo motivazionale che lo portò al duplice omicidio non attinge a motivi ‘umanamente comprensibili’ e meritevoli di un più mite trattamento sanzionatorio, ma a finalità prevalentemente ritorsive e di (ri)affermazione del proprio ruolo".


© il Resto del Carlino