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La storia del mosaico romano (con scena erotica) trafugato dai nazisti: assegnato a Pompei, torna nelle Marche. L’indizio sorprendente

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05.03.2026

Ritorna in Italia un mosaico con scena erotica, che proviene da una villa romana di Rocca di Morro, frazione del Comune di Folignano nelle Marche, dove è attestato già alla fine del Settecento (Ansa/Ministero della Cultura)

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Folignano (Ascoli), 5 marzo 2026 – Per anni si è pensato che provenisse da Pompei, uno dei siti archeologici più celebri al mondo. In realtà quel mosaico romano con scena erotica, trafugato durante la Seconda guerra mondiale e restituito all’Italia nel 2025, ha radici marchigiane. Il reperto arriva infatti da una villa romana situata a Rocca di Morro, frazione del comune di Folignano, nell’Ascolano, e proprio qui tornerà dopo un lungo viaggio tra guerra, Germania e indagini archeologiche.

Come è stata scoperta l’origine dell’opera

La vera origine dell’opera è stata ricostruita grazie a una ricerca pubblicata sull’e-journal del Parco archeologico di Pompei e realizzata con il contributo di studiosi e università, tra cui l’Università del Sannio. Una vicenda che unisce archeologia, storia e investigazione, culminata con la restituzione di un tassello importante della memoria storica delle Marche.

La storia dell’antico mosaico

Il mosaico, che raffigura una scena erotica con una coppia di amanti, fu portato via dall’Italia tra il 1943 e il 1944 da un capitano della Wehrmacht, impegnato nelle operazioni logistiche militari durante la guerra. Secondo la ricostruzione del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, l’ufficiale lo donò successivamente a un cittadino tedesco. Gli eredi di quest’ultimo hanno poi deciso di restituire il reperto allo Stato italiano, permettendo nel luglio 2025 il suo rientro nel Paese.

Non proviene da Pompei

In un primo momento, non essendoci indicazioni precise sulla provenienza, il Ministero della Cultura aveva destinato il mosaico al Parco archeologico di Pompei. Tecnica e stile, infatti, sembravano rimandare all’area vesuviana, dove sono stati rinvenuti numerosi manufatti simili. La svolta è arrivata quasi per caso durante la presentazione del reperto nel 2025.

L’archeologa marchigiana Giulia D’Angelo ha riconosciuto elementi che rimandavano a una villa romana documentata già alla fine del Settecento proprio a Rocca di Morro. Da quel momento è partita una nuova fase di studio che ha portato a risultati sorprendenti.

Il taccuino del pittore ascolano

Le analisi archeometriche condotte dall’Università del Sannio hanno infatti evidenziato che il mosaico appartiene a una produzione laziale diffusa su scala sovraregionale. Un dettaglio che spiega come opere di questo tipo potessero circolare e arrivare anche in territori lontani dai principali centri produttivi.

Un ulteriore indizio decisivo è emerso da un taccuino manoscritto del pittore e archeologo ascolano Giulio Gabrielli (1832-1910), conservato nella Biblioteca comunale di Ascoli Piceno. In uno schizzo datato intorno al 1868 l’autore riproduce il mosaico e annota che il reperto “venisse trovato in un podere della famiglia Malaspina a Rocca di Morro”. Gabrielli interpretava la scena come quella di un uomo “che offre colla destra una borsa di danaro a una bella donna che mezza ignuda gli sta davanti”, titolando l’opera “Il congedo di un’etera”.

L’importanza della scoperta

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha sottolineato l’importanza della scoperta: “La tutela del patrimonio culturale non si esaurisce nel recupero materiale dell’opera, ma prosegue con lo studio rigoroso e la restituzione della verità storica”. Grande soddisfazione anche nei territori marchigiani coinvolti. Il sindaco di Folignano Matteo Terrani ha parlato di una vicenda che “restituisce un frammento prezioso della memoria del territorio e rafforza il legame tra la comunità e la sua storia più antica”. Nelle prossime settimane l’amministrazione comunale visiterà Pompei per incontrare il direttore del Parco Gabriel Zuchtriegel e avviare possibili collaborazioni.

Per il sindaco di Ascoli Piceno Marco Fioravanti si tratta di “un lieto fine dopo una vicenda travagliata”, mentre lo stesso Zuchtriegel ha evidenziato come la ricerca abbia portato alla luce “una produzione specializzata laziale che esportava mosaici preziosi in territori come Marche, Campania e Puglia”. Un risultato che non restituisce soltanto un’opera d’arte, ma anche un pezzo di storia al territorio da cui era partito oltre ottant’anni fa.

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© il Resto del Carlino