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Disabile licenziata: "Fa troppe assenze" . Lei fa causa e vince

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01.03.2026

La sentenza è stata pronunciata dal giudice del lavoro di Rimini

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Il Tribunale del lavoro di Rimini ha dichiarato nullo il licenziamento di una lavoratrice disabile, ritenendo che il provvedimento sia stato "discriminatorio". La donna, una 59enne affetta da varie problematiche di salute (tra cui una ipoacusia, ovvero la perdita della capacità uditiva), assistita dall’avvocato Paolo Lombardini del foro di Rimini, era stata assunta nel 2009 e lavorava come impiegata nel settore commerciale di un’azienda con sede a Rimini specializzata nella vendita di prodotti cosmeticci. Nel maggio 2025 l’azienda le aveva comunicato il licenziamento per superamento del cosiddetto "periodo di comporto", cioè il limite massimo di giorni di assenza per malattia consentito dal contratto collettivo. In questo caso il limite era di 180 giorni. La lavoratrice, in malattia dal novembre 2024, aveva superato quella soglia e per questo era stata licenziata in tronco.

Il punto centrale della causa riguarda però la condizione personale della dipendente. Alla lavoratrice è stata riconosciuta una riduzione della capacità lavorativa del 67 per cento. Questo dato era noto all’azienda. Non solo: la stessa società aveva attivato la procedura per inserirla nelle quote obbligatorie previste per i lavoratori divenuti disabili durante il rapporto di lavoro.

Secondo il giudice, applicare in modo automatico lo stesso periodo di comporto previsto per tutti i lavoratori, senza distinguere la situazione di chi è disabile, può costituire una forma di discriminazione indiretta. La ragione è semplice: una persona con disabilità può essere più esposta a periodi di malattia proprio a causa della sua condizione. Trattarla esattamente come chi non ha quella condizione rischia di metterla in una posizione di svantaggio.

La sentenza richiama diverse decisioni della Corte di Cassazione e anche una recente pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. In sintesi, questi orientamenti affermano che, quando il datore di lavoro conosce lo stato di disabilità del dipendente, deve verificare se le assenze siano collegate a quella condizione e deve valutare possibili "accomodamenti ragionevoli", cioè soluzioni concrete per evitare il licenziamento. Questo comporta un confronto tra le parti prima di arrivare alla decisione finale.

Nel caso esaminato, il Tribunale ha ritenuto che l’azienda non abbia svolto questo approfondimento e abbia applicato in modo rigido la regola dei 180 giorni. Per questo il licenziamento è stato considerato discriminatorio e quindi nullo.

Per effetto della sentenza, pronunciata nei giorni scorsi dal giudice del lavoro, l’azienda dovrà reintegrare la lavoratrice nel posto di lavoro e pagarle un’indennità pari alla retribuzione globale di fatto, dalla data del licenziamento fino alla reintegrazione effettiva, oltre ai contributi previdenziali e assistenziali per lo stesso periodo. Dovrà inoltre rimborsare le spese legali.

"Ringrazio il mio legale, l’avvocato Lombardini, per avermi suportato e accompagnato nel corso del procedimento – dice la 59enne –. Si tratta di un risultato importante per tutti i lavoratori e le lavoratrici affette da disabilità che si battono per il riconoscimento dei loro diritti".

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© il Resto del Carlino