Il film su Aldrovandi senza fondi. Il giovane regista reggiano Benati: "Noi faremo lo stesso le riprese"
Manuel Benati, 25 anni, di Novellara; a sinistra Patrizia Moretti col poster del figlio ucciso
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Il cinema come atto di resistenza, prima ancora che come espressione artistica. Manuel Benati, 25 anni, reggiano di Novellara, ha le idee chiare. Il suo film, ‘Aldro vive’, dedicato alla vicenda di Federico Aldrovandi — il diciottenne ucciso nel 2005 durante un controllo di polizia a Ferrara — ha appena ricevuto il "no" definitivo per i finanziamenti del Ministero della Cultura (MiC), nella cui commissione di valutazione c’è anche l’ex parlamentare reggiana della Lega (con un passato in Forza Italia) Benedetta Fiorini, la quale interpellata da noi a riguardo, non ha commentato: "Sulle scelte, non possiamo parlare per regolamento".
Una bocciatura che arriva a stretto giro dopo quella del documentario su Giulio Regeni e che, per Benati, suona come un segnale: "Immagino sia la tematica a disturbare", ha dichiarato con amarezza. Ma se la delusione di non poter contare sui fondi brucia, e nonostante sia alla terza bocciatura, con punteggi che si sono abbassati col tempo, quasi a suggerire di "non presentare più la domanda", il giovane regista reggiano non arretra. Anzi, rilancia: "Andiamo avanti lo stesso e a settembre inizieremo le riprese a Ferrara. Sarà un film di finzione, l’ho scritto parlando anche con i genitori di Aldrovandi. Racconterà la lunga strada per arrivare alla verità".
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Ma chi è Manuel Benati? Classe 2001, la sua formazione affonda le radici in un percorso multidisciplinare. Dopo il diploma al Liceo artistico Chierici, si è avvicinato al mondo delle immagini attraverso pittura e teatro, per poi approdare alla Scuola d’Arte Cinematografica Florestano Vancini di Ferrara, dove si è diplomato nel 2023. Un talento fresco di studi, ma con una maturità narrativa che ha convinto Stefano Muroni e la casa di produzione Controluce a puntare su di lui.
Il film non sarà un resoconto di cronaca, ma un’opera di finzione scritta a più mani da Benati insieme a Muroni e a Valeria Luzi, sceneggiatrice e produttrice prematuramente scomparsa lo scorso maggio a 43 anni. Proprio Muroni ha sottolineato che la sceneggiatura è il frutto di "due anni di lavoro silenzioso e riservato accanto alla famiglia Aldrovandi", un dialogo costante con i genitori di Federico per restituire dignità e verità a una storia che ha segnato l’opinione pubblica italiana.
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Intanto Patrizia Moretti, madre di Federico, commenta la notizia dei mancati contributi del MiC al film sulla storia di suo figlio: "Siamo alle solite. Di questi temi, come l’omicidio di Federico, non si doveva parlare. C’era una strategia di insabbiamento e si va avanti così. È meglio che il silenzio copra tutto".
"La storia di Aldrovandi è una ferita aperta nella coscienza di questo Paese e nella storia di una città che quella notte non l’ha mai dimenticata. Dire che non è di interesse raccontarla attraverso il cinema significa assumersi una responsabilità che va oltre una valutazione tecnica", ha detto Fabio Anselmo, legale della famiglia. È nelle strade di Ferrara che la vita di Federico è stata spezzata e i suoi genitori hanno iniziato una battaglia lunga vent’anni per ottenere giustizia. Manuel Benati, che a Ferrara si è formato alla Blow-up Academy e alla Vancini, torna nella città estense per trasformare l’indignazione in cinema. L’assenza di contributi statali pesa, ma non ferma la macchina produttiva della Controluce, già nota per l’impegno civile in opere sul terremoto dell’Emilia e su figure come Don Giovanni Minzoni. Il messaggio che arriva da Benati è limpido: se le istituzioni scelgono di non sostenere il racconto di una delle pagine più buie e discusse della nostra storia recente, sarà la forza della narrazione indipendente a dare voce a chi non c’è più.
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