Anatomia del Ravone: i tratti scoperti, i tunnel e le ipotesi di intervento
Bologna, 17 febbraio 2026 – C’è il sole in via di Ravone. Ed è difficile immaginare che lì, poco meno di un anno e mezzo fa, si è scatenata tutta la furia del torrente. A due passi dalla griglia che anticipa l’inizio del primo tratto tombato – oggi rigorosamente pulita e sgombra di tronchi e detriti – ci sono ville, giardini, case al piano terra, garage, scantinati: tutti o quasi abbandonati, in vendita, svuotati.
Il torrente nasce al Parco Cavaioni e, dopo quattro chilometri circa, comincia a infilarsi nelle viscere della città. L’incipit dello scatolare è velato da case e giardini privati e non si vede dalla strada. Nemmeno arrampicandosi su per via del Genio. Secondo il report dell’Alma Mater, commissionato dalla Regione e presentato la scorsa settimana durante la commissione speciale sull’alluvione, la tombinatura presenta centinaia di cambi di sezioni legati agli edifici sovrastanti o adiacenti al corso d’acqua: sporgenze, tubature, cavi, solai che danno vita a 400 diverse tipologie di sezione. Il primo tratto tombato, che dai colli sottopassa via Saragozza all’altezza dell’arco 192 del portico di San Luca (tra le vie Orioli e Ruscello) è quello con la portata maggiore: può contenere 22 metri cubi d’acqua al secondo. Praticamente la metà di quelli arrivati nella notte tra il 19 e il 20 ottobre 2024, quando l’alluvione ha portato il Ravone a una furia di 40 metri cubi al secondo.
Nelle viscere della città
Poi il torrente prosegue e arriva nell’epicentro del disastro, in via Andrea Costa, sotto la chiesa di San Paolo di Ravone. E ancora: dopo 300 metri raggiunge via Sabotino, sotto cui scorre coperto il Canale di Reno, valicandolo grazie al Ponte degli Stecchi: è proprio dove si nota il lieve dosso il punto in cui il torrente passa sopra al canale di Reno. Qui nasce la Canaletta Ghisiliera – corso d’acqua artificiale derivato dal Canale di Reno – nei pressi del civico 27/3 di via Sabotino, che prosegue parallelamente al torrente fino ai Prati di Caprara e poi devia.
Il Ravone, da via Sabotino, torna allo scoperto costeggiando la Caserma Mameli, prima di immergersi di nuovo in un tunnel sotto via Saffi e sbucare nuovamente alla luce del sole in via del Chiù. Anche in questo punto, in quella notte indelebile di ottobre, il torrente si è fatto vedere violento: qui tocca la portata minima di tutto il proprio percorso, con appena 10 metri cubi al secondo. Costeggiando via del Chiù finisce per immettersi di nuovo nel sottosuolo, oltrepassando i Prati di Caprara e i binari ferroviari per sfociare infine, dopo quasi 10 chilometri dalla sorgente, nel Reno.
Il Comune, insieme con Università e Regione, prova a ragionare su come mettere mano al torrente per scongiurare nuove alluvioni in futuro e non rivivere le scene, tremende, di metà ottobre 2024. Eppure, “sebbene sia importante scegliere soluzioni che consentano di arrivare prima possibile al risultato”, ad oggi per stessa ammissione degli enti “non è scontato il come”.
La prima soluzione ipotizzata è quella di mettere mano alla collina: vasche di espansione, bacini di laminazione, aree di accumulo. Interventi che siano in grado di assorbire l’acqua a monte prima che arrivi a devastare la valle. Agire in altura, però, secondo il dossier comporta dei rischi: innanzitutto, a causa della conformazione del territorio, le opere potrebbero portare al massimo una riduzione di pochi metri cubi al secondo. In più c’è il rischio di smuovere troppo il terreno, creando frane, avvallamenti, pericoli.
Ecco allora l’ipotesi chirurgica di ‘operare’ il tratto tombato, dove tuttavia non si potrebbe evitare di bussare a casa di molti bolognesi, a partire dalle abitazioni che insistono sopra il torrente. I vincoli edilizi e stradali non mancano e, anche in questo caso, il risultato potrebbe essere quello di guadagnare solo qualche metro cubo in più al secondo. Troppo poco.
L’ultima ipotesi avanzata in commissione giovedì scorso è quella di un ‘diversivo-scolmatore’: una galleria in grado di accompagnare il Ravone direttamente dal tratto collinare, prima dell’inizio del tombinamento, dentro al Reno. Si tratterebbe di pochi chilometri. Insomma: il futuro, ad oggi, resta ancora un grande e nebuloso rebus.
