Morto mentre lavorava. Yaya, slitta il processo. I familiari: "Tempi infiniti"
Yaya Yafa aveva 22 anni. Era nato in Guinea Bissau e viveva a Ferrara
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Morì schiacciato in un incidente all’Interporto di Bologna, al suo terzo giorno di lavoro: i famigliari di Yaya Yafa, 22 anni appena, aspettano risposte da quel maledetto 21 ottobre 2021. "In quasi cinque anni non hanno avuto un solo euro di risarcimento" le parole dell’avvocato Riccardo Caniato, che assiste i parenti del ragazzo costituitisi parte civile. E ieri doveva iniziare il processo, ma è stato rinviato di nuovo, cambierà il giudice: prossima udienza il 20 luglio, quando si faranno le discussioni sulle richieste istruttorie. "È dal giorno dell’infortunio che i famigliari aspettano di ricevere qualcosa da parte dei soggetti chiamati a rispondere del reato ma a oggi non c’è stata nemmeno una interlocuzione" incalza Caniato. Si sono costituiti parte civile nel processo, tramite l’avvocato, il fratellastro e il padre di Yaya, il figlio del fratellastro e altri fratelli della vittima. "È dal 2021 che vivono questa situazione, fanno molta fatica a comprendere le dinamiche e i tempi processuali, lunghissimi ai loro occhi. Cercherò di esplorare le vie civilistiche per venire a capo almeno della questione del risarcimento". Nato in Guinea Bissau e residente a Ferrara, Yaya rimase schiacciato da un camion in manovra. Già in passato, l’avvocato Caniato aveva sottolineato che "la vittima era una persona che lavorava e mandava i soldi a casa, in Guinea Bissau. I famigliari si meravigliano di queste tempistiche processuali, dopo aver subito una così grave perdita". E ieri la Città metropolitana di Bologna, tramite l’avvocato Alessandro Gamberini, ha chiesto di nuovo (dopo il primo rigetto, mesi fa) di essere ammessa come parte civile. "Ci riproviamo perché quell’ordinanza è sbagliata – le parole dell’avvocato Gamberini –, la Città Metropolitana infatti ha nel suo stesso statuto il riferimento espresso alla tutela della legalità del lavoro, che pacificamente comprende anche la sicurezza. Nel 2017, poi, è stato redatto il protocollo, che ha coinvolto vari organismi, proprio con riferimento alla logistica dell’interporto, quindi si è impegnata su questo versante per la tutela dell’incolumità dei lavoratori. In più, la Città Metropolitana ha anche una quota dell’Interporto ed è quindi legittimata a chiedere di entrare nel processo in quanto senza dubbio riportò un danno di immagine molto significativo ed è importante che ci sia anche per sorvegliare l’andamento del processo". Erano stati ammessi, invece, come parti civili, oltre ai famigliari del giovane, i sindacati Si Cobas e Cgil di Bologna e l’Anmil. Il pm Michela Guidi aveva chiesto il rinvio a giudizio di tutti gli otto imputati iniziali, ma nel maggio scorso il giudice ha prosciolto David Nothacker, dirigente di Sennder Italia, mentre avevano patteggiato una condanna a un anno, con pena sospesa, i due autisti della Transporter Logistic coinvolti, tra cui quello che guidava il tir che schiacciò la vittima. A processo invece gli altri cinque imputati: Antonino Tita, di Sda, responsabile delle operazioni in Interporto; poi il datore di lavoro di Yaya, Carlo Ludovici; Cristian Mancini, responsabile del magazzino, di fatto preposto per la Dedalog, che lo gestiva in appalto da Sda; Andrea Monticelli, un altro dirigente di Sennder Italia (che è assistito dall’avvocata Giulia Bongiorno) e Mirko Melella, legale rappresentante della Transporter Logistic.
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