Santa Cecilia, estasi a New York
A fianco, l’Estasi di Santa Cecilia, della nostra Pinacoteca Nazionale, realizzata da Raffaello e aiuti: è andata in prestito a New York per una prestigiosa mostra al Metropolitan Museum fino al 28 giugno
Articolo: Concerto di Natale in basilica
Articolo: La Pietà di Bellini conquista New York. Il capolavoro alla Morgan Library
Articolo: La ’Santa Cecilia’ di Franceschini
Bologna, 7 aprile 2026 – L’Estasi di Santa Cecilia della Pinacoteca Nazionale, maestosa tela di Raffaello e aiuti, alta quasi due metri e mezzo, ha percorso il quarto viaggio della sua storia, da Roma a Bologna, da Bologna a Parigi e ritorno, e ora New York per la monumentale esposizione dedicata a Raffaello aperta al Metropolitan Museum fino al 28 giugno, Raffaello-Sublime Poetry. Dipinto della maturità, diventa lo spunto per una delle più struggenti leggende della storia dell’arte. La Santa viene commissionata dalla nobile famiglia bolognese dei Dall’Olio, e destinata alla cappella della casta dama vissuta nell’aura della santificazione ben prima di morire, Elena Duglioli Dall’Olio, poi beatificata soltanto nell’800. Opera dove il michelangiolismo dei santi stringe i corpi intorno a Cecilia in estasi, arricchita dalla stupenda natura morta di strumenti musicali, rotti in quanto terreni (eseguita da Giovanni da Udine) che, per l’allestimento in loco fu affidata da Raffaello stesso a Francesco Francia.
Ed ecco che Giorgio Vasari, l’autore delle Vite degli artisti, cede alla tentazione e inventa: non appena Francia ha visione della bellezza della tela, muore di crepacuore. Pagine e pagine costringono i successori a smontare l’invenzione vasariana, Malvasia in primis, ma l’idea della qualità irraggiungibile dove cielo e terra sono uniti da un blu denso come una pietra preziosa, appare oggi nel reale valore di un gesto critico, un’assoluta devozione. Con gesto garbato che sicuramente il figlio avrebbe apprezzato, la più ricca mostra che sia stata mai dedicata a Raffaello negli Stati Uniti inizia con il Ritratto di Santa Martire dipinto da suo padre Giovanni Santi.
Artista e poeta, Giovanni Santi è stato rivalutato come artista nell’ultimo decennio del secolo scorso. Non solo padre del genio, dunque, ma umanista intelligente che vergò una Cronaca rimata in onore di Federico da Montefeltro, ventitremila versi essenziali per la conoscenza del mondo cortese italiano.
Col ritratto, partono dal Palazzo Ducale di Urbino due opere chiave del catalogo di Raffaello (1483-1520), la Santa Caterina che va a riunirsi dopo secoli con la Maddalena, e la Muta, uno dei quadri più misteriosi del Rinascimento italiano.
Curata da Carmen Bambach, la rassegna presenta oltre duecento opere tra dipinti, disegni, arazzi e oggetti decorativi prestati dai più prestigiosi musei d’Europa. Frutto di uno studio durato sette anni, la mostra intende mettere in luce aspetti significativi del modus operandi di Raffaello: dal rapporto tra disegni preparatori e opera compiuta (la selezione dei disegni è la più ampia che sia mai stata raccolta), alla complessa evoluzione della rappresentazione femminile nel corso del tempo.
I ventritré dipinti in mostra tracciano una vera e propria biografia della vita dell’urbinate, dagli inizi umbri agli anni fiorentini del confronto con Leonardo e Michelangelo, fino al trionfo romano alla corte di Giulio II.
Ci sono incontri sorprendenti: la Fornarina di Palazzo Barberini dialoga con la Muta, sotto gli occhi profondi e pensosi di Baldassarre Castiglione, uno dei ritratti che sembrano anticipare certi sguardi dell’arte moderna.
Gli arazzi della Cappella Sistina derivati da cartoni raffaelleschi, accanto ai disegni, alternandosi coi dipinti, sembrano ricostruire una sorta di immaginifico studio come poteva essere quello di Raffaello dove non solo allievi, ma artisti straordinari, da Giulio Romano a Perin del Vaga, a Giovanni da Udine a Polidoro da Caravaggio potevano transitare, studiare, conversare con gli occhi fissi sui lavori. La mostra è occasione per ricomporre una pala smembrata da quattro secoli, la Pala di Sant’Antonio, realizzata per il convento omonimo a Perugia e smembrata già nel Cinquecento. Raffaello era un giovane quasi sconosciuto e nella partizione ancora batte il ricordo di Perugino, tuttavia l’impegno è forte: "Raffaello" afferma Carmen Bambach, "era fortemente concentrato a dimostrare ciò di cui era capace".
© Riproduzione riservata
