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Lorenzo, lavoratore in Kuwait: “Fino a 300 attacchi a notte dei droni iraniani. Ma qui la vita continua”

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18.03.2026

Il portorecanatese Lorenzo D’Angelo lavora nel settore petrolifero. A destra un palazzo colpito nei giorni scorsi dalle forze iraniane a Kuwait City

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Macerata, 18 marzo 2026 – Risiede a Porto Recanati, ma per motivi di lavoro – è rappresentante di una società di Genova che opera nel settore petrolifero – vive in Kuwait dal 2018.

Lorenzo D’Angelo racconta cosa significa vivere in un Paese sotto attacco, tra droni, sirene e una quotidianità che, sorprendentemente, continua. Nonostante il Paese del Golfo sia stato trascinato nel conflitto, con frequenti incursioni degli iraniani, come rappresaglia rispetto agli attacchi portati avanti da poco più di due settimane dagli eserciti degli Stati Uniti e di Israele.

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D’Angelo, da quanto tempo vivi in Kuwait?

“Sono arrivato nel 2018. Ho vissuto qui anche il periodo del Covid e ora questo conflitto. Ormai conosco abbastanza bene la realtà del posto”.

Cosa significa vivere sotto attacco?

“Non è semplice, soprattutto a livello psicologico. La nostra generazione non è abituata a sirene e missili. Se non sei forte, rischi di crollare”.

Gli attacchi iraniani sono frequenti?

“All’inizio erano molto intensi: anche 200-300 droni a notte. Ora sono diminuiti, ma continuano. Poco fa ne hanno lanciati quattro: tre abbattuti, uno finito in mare”.

Sono stati colpiti obiettivi sensibili?

“Sì, più volte l’aeroporto internazionale e anche la base di Ali Al Salem, dove ci sono americani e italiani. Hanno distrutto anche un grande drone militare del nostro Paese. Ma per fortuna nessun italiano è rimasto coinvolto”.

“Sì, purtroppo. Quattro militari kuwaitiani e alcuni americani, spesso colpiti dai detriti dei missili intercettati. Quando esplodono in aria, i pezzi diventano pericolosi”.

Come reagisce la popolazione? C’è paura?

“È la cosa più sorprendente: la gente vive normalmente. Si esce, si va a mangiare fuori, i bambini giocano sul lungomare anche mentre in lontananza si vedono i missili”.

Quindi la situazione sembra diversa da come viene raccontata?

“Molto diversa. Io dico sempre ai miei familiari di non guardare troppo la televisione: amplifica tutto. Io faccio una vita normale, lavoro, vado al supermercato, esco con gli amici”.

Ci sono restrizioni rispetto alla vita di prima?

“Poche. Evitare il deserto o grandi assembramenti. Per il resto la vita è regolare”.

La sua famiglia è in Italia?

“Sì, a Porto Recanati. Vivo qui da solo. È una scelta fatta anni fa: ho lavorato 16 anni in Kazakistan, ora sono qui. Torno solo per le feste, quando possibile”.

Oggi sarebbe facile rientrare in Italia?

“No, è più complicato. L’aeroporto è stato colpito e in parte chiuso. Bisogna spostarsi via terra fino all’Arabia Saudita”.

Che Paese è il Kuwait dal punto di vista della sicurezza?

“È incredibile: criminalità praticamente zero. Puoi dimenticare il portafoglio in un bar e lo ritrovi lì”.

“Regole poche ma severissime. Se sbagli vieni espulso, per reati gravi ci sono pene durissime. Qui le leggi vengono fatte rispettare”.

Com’è il costo della vita?

“Paradossale: la benzina costa pochissimo, con pochi euro fai il pieno. Ma il resto è caro: un caffè può costare anche 6 euro, un pacco di pasta 5”.

Si sente in pericolo?

“Sinceramente no. Finora non hanno colpito obiettivi civili. Certo, bisogna avere carattere, ma io continuo a vivere normalmente”.

Che messaggio vuole mandare all’Italia?

“Il conflitto esiste, ma non è come sembra. Se davvero tutti i missili arrivassero, il Kuwait non esisterebbe più. Invece la situazione è sotto controllo. Qui la vita va avanti”.

© Riproduzione riservata


© il Resto del Carlino