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Flora Tabanelli bronzo alle Olimpiadi, la sorella Irene: “Ero sugli spalti, un’emozione unica”

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18.02.2026

Modena, 18 febbraio 2026 – “Che emozione enorme essere qui a Livigno a tifare i miei fratelli». A parlare è la più grande dei tre Tabanelli, nati tutti vicinissimi: Irene, classe 2003 con Miro 2004 e Flora 2007. Un’Irene che nella bufera di neve di lunedì sera era sugli spalti a gridare per la sorella mentre al pomeriggio dipingeva nella sua ‘artist box’. Ma ci arriveremo.

Irene, partiamo dalle gare. Che bello vedere Flora sul podio olimpico?

«Intanto mi dispiace tanto per Miro, ma lui lo sa, è lo sport: se non metti in conto di poter perdere non si fanno le gare. E quella di Flora è stata un’emozione unica, davvero bellissimo essere sugli spalti a tifare per lei».

Con lei, tutta la famiglia?

«Siamo così, molto uniti anche se ci vediamo poco. La cosa importante è saperci insieme, abbiamo avuto un’opportunità speciale di stare tutti qui a Livigno».

A proposito, infatti: lei come mai è qui?

«Per un’installazione artistica, che porto in giro per l’Italia e si chiama ‘Ciò che resta’».

Riavvolgiamo il nastro un attimo: anche lei sciava come i fratelli, prima di dipingere?

«Sono anche io partita dalla Val di Fassa, allo ski college, anzi sono stata la prima dei tre fratelli ad andare. Volevo continuare a sciare come facevo al Corno alle Scale, ma anche continuare a dipingere e studiare e lì potevo farlo».

«Poi fatto l’Accademia di Belle Arti a Venezia. Dovrei laurearmi la prossima settimana, speriamo. A Valence in Francia ho fatto un anno da expat, sempre studiando arte in un’accademia importante. L’arte, insomma, è sempre stata dentro di me».

I vostri genitori, oltre alla natura, vi hanno contaminato anche con la passione per l’arte?

«Eh sì, mio papà è un grafico, ci ha portato in giro per mostre e fiere, eventi legati alla creatività. E a me piace moltissimo lavorare il legno, il ferro, saldare, tagliare. Così ho imparato a fare tante e cose e mi sono chiesta: ‘come posso utilizzarle’?».

«Ho costruito questi box per così dire ‘portatili’, così possono viaggiare con me. Di indole sono proprio una viaggiatrice, non mi piace l’idea di avere uno studio fisso e così posso dipingere dove voglio».

«Sì, dipingo schizzando colore verso l’altro, così il colore cade giù e rimane dinamico e quando l’opera viene spostata sulla parete cambia il centro di gravità, che diventa lo spettatore. Il progetto si chiama ‘Ciò che resta’. Un po’ anche per dimostrare che il processo di realizzazione è la parte importante del lavoro. Io cucio le tele al contrario per far rimanere visibile l’errore, l’errore fa parte del processo creativo».

Un processo che lei mette in mostra?

«Sì, l’idea è quella, far vedere i momenti di caos e quelli di ordine, non solo il prodotto finale».

Lei viaggia tantissimo: ma il Lago Scaffaiolo rimane un luogo particolare?

«Unico direi. Per me è casa, anche se sono una nomade. Un posto magnifico che mi ha dato la possibilità di crescere nella natura, una lente attraverso cui vedo il mondo. Ringrazierò per tutta la vita i miei genitori, i miei fratelli e il posto dove siamo cresciuti».


© il Resto del Carlino