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Wennington Il titolo con Sasha, poi Jordan

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05.04.2026

Il canadese Bill conquista lo scudetto nel 1993 nella Virtus di Danilovic. Vola a Chicago e grazie a Michael si mette alle dita tre anelli

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All’anagrafe è William Percey Wennington detto più semplicemente Bill. Bill per gli statunitensi, anzi, per i canadesi. Perché all’ombra delle Due Torri, forse per le origini canadesi, diventa subito il ‘Boscaiolo’. Mentre per la penna divertente e pungente di Lorenzo Sani, proprio su queste colonne, diventa Bill Carabina. Per Bill due stagioni in Virtus, dal 1991 al 1993 con 72 presenze e 884 punti. Uno scudetto, il primo del triplete bianconero – tre titoli di fila dal 1993 al 1995 –, una finale di Coppa Italia, persa a Forlì il 5 marzo 1993 contro la Benetton (75-73 per i veneti di uno scatenato Massimo Iacopini). Bill, riavvolgendo il nastro della memoria, approda in città in un momento delicato. La Virtus ha deciso di privarsi di Clemon Johnson, centro grande e grosso che, nella Nba, aveva vinto il titolo con i Sixers di Philadelphia. E, poi, c’è il caso Richardson che viene giubilato in corsa e, dalla coppia dei due mori, che aveva portato alla Coppa delle Coppe del 1990, a Firenze, si passa alla formula con i due ‘visi pallidi’.

Zdovc, lo sloveno, caratterialmente è l’esatto contrario di Sugar. Bill, fisicamente, non è capace di fare a spallate con i centri avversari, come Clemon. Eppure Bill, nato a Montreal il 26 aprile 1963 e capace di vincere le Universiadi, nel 1983, con il Canada, avrebbe tutte le caratteristiche per farsi valere. Studia e gioca a St. John’s, Bill, conquista anche una final four Ncaa agli ordini di Carnesecca, come ricorda Lorenzo Mangini nel libro che ricostruisce la favola di coach Lou. Per lui 213 centimetri e 111 chili: ma Billone, barba squadrata, ma sempre curata, è avvezzo a impugnare il fioretto più che la clava. Bill conosce bene Augusto Binelli. I due, oltre a condividere l’area bianconera, sono stati compagni di squadra giovanissimi, alla Lutheran High School.

Wennington è dotato di buona mano, ma non è appariscente e strabordante com’era Clemon, fino all’anno prima. A Basket City, si sa, sono tutti tecnici: così il canadese finisce nel mirino della critica. Più dei tifosi, però, che della stampa. Anche la Virtus si interroga sull’eventualità di tagliare il gigante canadese. Così, all’Arcoveggio, non ancora palestra Porelli, arriva uno statunitense di tre anni più giovane. Si chiama Irving Thomas, è altro 203 centimetri per 102 chili. Poi avrà una lunga carriera in Italia, vestendo le maglie di Sassari, Pistoia, Virtus Roma, Trieste e Livorno, ma in bianconero no. Negli allenamenti Bill lo distrugge: la Virtus decide di tenere il canadese. "La Virtus mi ha cambiato la vita – dirà, qualche anno più tardi Bill –. Arrivavo da una stagione a Sacramento, dove praticamente avevamo sempre perso. La Virtus mi ha cambiato".

Trova sostegno in un cameriere del ristorante La Grada, che lo incoraggia a non mollare. Scopre cos’è il derby. "La Fortitudo – sorride Bill – in quegli anni era in A2. Ma in città non c’erano vie di mezzo. Per i bianconeri ero un campione. Se qualcuno mi dava del cretino o peggio, capivo che tifava Fortitudo". Il momento peggiore, in Virtus, la nascita del figlio. Un paradosso, perché la gioia è grande. Ma la moglie è negli States e per non saltare partite si sciroppa un Bologna-Sacramento-Bologna in 48 ore. Billone, intanto, ormai ha capito il nostro campionato. O meglio, Ettore Messina ha capito come impiegarlo. Soprattutto in attacco. Bill funge da quattro: non deve fare a spallate, ma fa sempre canestro. E nella finale scudetto, dopo aver perso la Coppa Italia, la Virtus spazza via la Benetton Treviso.

Bill Carabina non sbaglia più un colpo. Così, anche la Nba, dov’era già stato con le maglie dei Mavericks di Dallas (dal 1985 al 1990) e ai Kings di Sacramento (1990/1991), si ricorda di lui. Ma è una Nba speciale, perché dopo aver giocato una stagione al fianco di Danilovic – non è facile rimanere accanto a Sasha – sbarca a Chicago. Ci arriva, apparentemente, nel momento sbagliato. Perché se Bill ha appena vinto lo scudetto con la Virtus, sua maestà Jordan ha deciso di darsi al baseball, dopo aver vinto tre anelli Nba. Ma Bill, che ha resistito alle sfuriate di Danilovic e Messina – "Ettore mi ha aiutato a crescere", dirà poi – non molla nemmeno a Chicago. E così, dopo aver assaporato la gioia dello scudetto in Italia, William detto Bill è tra gli eroi dei Bulls che conquistano altri tre anelli. Perché, per la gioia dei tifosi di Chicago, Jordan lascia perdere il baseball, ritrovando gli stimoli giusti nel mondo dei canestri. Dopo i Bulls c’è tempo per un’altra stagione a Sacramento, i Kings, poi il ritiro.

Billone, passati i sessant’anni, ha perso tutti i capelli, ma non ha mai smarrito la passione per i canestri, che hanno continuato a rappresentare il suo lavoro. Allenatore? Manager? Macché, Bill è diventato un collega. Non ha dimenticato il passato a Chicago ed è diventato radiocronista dei Bulls. E nessuno l’ha più messo in competizione con Irving Thomas. Per farlo rendere di più, bastava spostarlo lontano dal canestro. (85. continua)

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